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martedì 30 ottobre 2018

Tana di Lu Mazzoni e Oridda. Tombe dei giganti a tutti gli effetti?

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Nel mentre che gestivo la mia pagina Instagram dedicata a questo blog (questo è il link, per chi fosse interessato) e postavo una foto di Tana de Lu Mazzoni, mi è balzato un quesito forse oggettivamente risibile ma che mi ha dato da pensare per un bel po' di giorni, tanto da avermi ispirato a scrivere l'articolo che sto scrivendo ora.
Ma prima di dirvi cosa mi frulla nella testa, una descrizione di Tana di Lu Mazzoni.

Situata nel comune di Stintino (SS), è una tipologia di tomba davvero particolare: nasce come una domus de janas ed è scavata in mezzo ad un bancone di roccia calcarea; è dotata di anticella, vestibolo e tre celle disposte a croce partendo da quest'ultimo; viene riadoperata in epoca nuragica ed è in quel periodo che vengono aggiunte la stele centinata, che potete osservare nella foto sopra e che in passato doveva poggiare su un tumulo di cui non rimane più traccia, alcune pietre sparse ed altre sagomate ed usate come pavimentazione, le quali dovevano essere collegate ad un'esedra che seguiva a sua volta un'incurvatura artificiale fatta apposta dalle popolazioni nuragiche che l'hanno modificata. La tomba verrà utilizzata persino in epoca romana, riutilizzo testimoniato proprio da ossa e corredi appartenenti a quel periodo.

Descrizione e pianta della tomba di Tana di Lu Mazzoni, tratta dall'opera "Domus Nuragiche" di Editta Castaldi.

Si tratta di un caso davvero interessante di riutilizzo di strutture preesistenti, che al tempo avevano già il loro migliaio d'anni di storia sul groppone; la cosa davvero interessante è non è l'unico caso di riutilizzo di domus de janas in epoca nuragica: vi sono infatti altre domus riutilizzate in epoca nuragica che vengono chiamate tombe a prospetto architettonico o domus a prospetto architettonico. Si tratta sempre di domus de janas modificate e riutilizzate in epoca nuragica; si trovano tutte nel nord Sardegna occidentale ed hanno le seguenti caratteristiche:
  1. Possono essere completamente scavate nella roccia e non avere elementi di costruzione oppure essere in parte scavate ed integrate da altri elementi esterni come la copertura (tomba VIII della necropoli di Su Figu ad Ittiri (SS)) o addirittura la stele centinata (come la nostra cara Tana di Lu Mazzoni).
  2. Presentano modifiche all'esterno, come la facciata a forma di stele centinata e l'incurvatura che simulava l'esedra (non sempre presente), e molto spesso anche all'interno, come la trasformazione della cella in corridoio tombale.
Esistono varie tipologie di tombe a prospetto, tutte con forme e caratteristiche differenti.


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Tomba a prospetto di Molafà, Sassari.

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Tomba a prospetto di Campu Lontanu, Florinas (SS).

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Tomba a prospetto VIII della necropoli di Sa Figu, Ittiri (SS).

Andando poi a documentarmi sulle tombe a prospetto, mi è saltata all'occhio una tomba altrettanto particolare che presenta un impianto interno fortemente modificato: pietre appoggiate alle pareti interne, come a formare una vera e propria muratura, esedra, tumulo e stele. La sepoltura in questione è la tomba a prospetto di Oridda, Sennori (SS). Quest'ultima potrebbe essere benissimo scambiata per una vera e propria tomba dei giganti.

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Tomba a prospetto di Oridda, Sennori (SS).

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Interno della Tomba a prospetto di Oridda.

Fatta questa introduzione e premettendo che in questo articolo non si intende contrastare o sminuire il lavoro da parte degli studiosi che hanno scavato e studiato le tombe in questione, vorrei esporre un interrogativo su Tana di Lu Mazzoni e Oridda. Partiamo con la prima: è possibile definirla una tomba dei giganti a tutti gli effetti? Vi sono infatti alcuni elementi tipici della sepoltura megalitica in questione: una vera e propria stele centinata, a differenza di quelle tante riprodotte a rilievo nelle pareti rocciose, la presenza in passato di un tumulo e di elementi che farebbero pensare ad un'esedra vera e propria oltre che all'incurvatura artificiale della roccia per simulare quest'ultima. Va però tenuto di un elemento fondamentale, che può risolvere facilmente la questione: la presenza dell'impianto a celle tipico da domus de janas, risalente dunque al prenuragico, che rimane sostanzialmente intatto e non modificato dalle popolazioni nuragiche che ne hanno usufruito; pertanto la si potrebbe tranquillamente chiudere li.
Ma la tomba di Oridda?
Quest'ultima presenta, come scritto prima, un aspetto talmente modificato da farla sembrare una tomba dei giganti a tutti gli effetti, soprattutto per quanto concerne la parte interna. È quindi possibile considerarla come una tomba dei giganti a tutti gli effetti, pur comunque tenendo conto del fatto che nasce come domus de janas?

Prima di concludere voglio chiarire che questo articolo non nasce come polemica nei confronti di una catalogazione fatta in base a determinati criteri da parte di persone che hanno speso tempo, fatica ed energie per studiare queste tombe così affascinanti ma come un interrogativo che io stesso mi pongo sulla reale possibilità di annoverare Tana di Lu Mazzoni e Oridda nelle tombe dei giganti; il sottoscritto, inoltre, non si pone alcun tipo di problema ad annoverarle tra la categoria delle tombe a prospetto.

Per chi fosse interessato all'argomento delle tombe a prospetto, linko quest'articolo molto più completo e dettagliato che non questo piccolo interrogativo che mi sono posto.

Spero che l'articolo vi sia piaciuto, se avete qualche perplessità o contrarietà, non fatevi problemi, commentate.
Ci si sente ;)

mercoledì 17 ottobre 2018

I nuraghi misti: un'ipotesi sulla loro creazione.

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E dopo tanto tempo (2 mesi), tante vicissitudini (grazie al team Google) che ho comunque deciso di lasciar perdere, momenti di smarrimento mentale, riflessioni, si ricomincia a parlare di archeologia vera e propria su questo blog.
E non si può che riiniziare da i nostri cari, vecchi nuraghi, in particolar modo dalla prima e dall' ultima tipologia: i protonuraghi, detti pure nuraghi a corridoio, ed i nuraghi complessi, detti anche polilobati.

Dal punto di vista estetico queste due tipologie di nuraghi non possono essere più diverse: la prima ha una muratura generalmente più rozza, senza una forma predefinita, meno imponente, poco slanciata e senza una disposizione standardizzata degli interni; la seconda è più complessa, imponente, generalmente dotata di una muratura più raffinata, più svettante, contraddistinta dalla presenza di varie torri con camere dotate di volta a tholos e da una disposizione più ordinata degli ambienti interni.

È fuor dubbio che chiunque (o quasi) troverebbe molto più bello, affascinante e suggestivo visitare nuraghi come Su Nuraxi di Barumini (Sud Sardegna), Santu Antine di Torralba (SS), Arrubbiu di Orroli (Sud Sardegna) o Losa di Abbasanta (OR) che non un Brunku Madugui di Gesturi (Sud Sardegna) o un Talei di Sorgono (NU).

Quello che però va ricordato è che i protonuraghi hanno assunto, per una manciata di secoli, quello stesso ruolo che avrebbero rivestito i nuraghi complessi: una struttura di rappresentanza dei gruppi di potere che abitavano gli insediamenti a cui era correlato il nuraghe stesso. In questo mio articolo avevo spiegato ed ipotizzato cosa portasse la costruzione dei nuraghi ed avevo ipotizzato delle funzioni molto simili tra i primi ed i secondi.

Quello che molti non sanno è che alcuni nuraghi a corridoio sono stati trasformati in nuraghi polilobati dai gruppi di potere che risiedevano al suo interno e dalla popolazione che abitava l'insediamento correlato; vi menziono due di queste strutture: Majori di Tempio Pausania (SS) e Su Mulinu di Villnovafranca (Sud Sardegna).
In questo articolo cercherò di ipotizzare l'evoluzione dei nuraghi a corridoio in nuraghi complessi ed ipotizzare il perché di questa evoluzione. Nel farlo citerò brevemente proprio quelli sopramenzionati essendo i più conosciuti e studiati (soprattutto Su Mulinu, dove ho pure scavato); tali strutture vengono chiamate nuraghi misti (definizione non mia ma coniata appositamente da Giovanni Ugas).

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Nuraghe Su Mulinu di Villnovafranca, il più famoso e conosciuto dei nuraghi misti.

Il nuraghe Su Mulinu presenta la costruzione protonuragica inglobata in un antemurale collegato a sua volta in un sistema di torri di più recente costruzione, delle quali la più alta ed imponente doveva svolgere verosimilmente la funzione di mastio (torre centrale); le ultime strutture importanti come la capanna con l'altarino al centro, appartenenti al Bronzo finale ed al Primo Ferro, vengono integrate nel resto degli elementi facenti parte del Bronzo medio e recente; il tutto viene costruito nel rispetto della struttura originaria a corridoio, in quanto non si presentano grossi stravolgimenti al suo interno.
Last but not least, all'interno dell'originaria struttura del Bronzo medio, più precisamente la camera ellitica, è stato rinvenuto il bellissimo altare che ricorda il nuraghe stesso nella sua forma.

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Altare nuragico all'interno della struttura originaria del protonuraghe di Villanovafranca.

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Nuraghe Majori di Tempio Pausania.

Il nuraghe Majori invece presenta l'assetto originario completamente rivoluzionato: pur mantenendo la pianta irregolare originaria ed un corridoio che lo taglia orizzontalmente, al suo interno è presente una camera con volta a tholos; ciò era probabilmente dovuto alla maggiore durezza della pietra usata per costruirlo, il granito, che non permetteva un espansione della struttura in tempi ragionevoli; a completare il quadro vi è la presenza di un cortile.


Fatte queste brevi descrizioni, ora ci si chiede: perché alcuni protonuraghi diventano nuraghi misti ed altri rimangono tali e quali?


Teniamo conto di questo fatto, dal Bronzo medio a quello recente passano circa 350-400 anni: in tale arco di tempo, dai primi e meno numerosi insediamenti nuragici, vi è stato un surplus di popolazione che ha portato la fondazione capillare di moltissimi abitati e nuraghi monotorri appartenenti a periodi successivi.; con la creazione di nuovi insediamenti si formano anche nuovi gruppi di potere che possono sviluppare un'influenza minore o maggiore rispetto a quelli vecchi, in quest'ultimo caso si ha l'edificazione dei nuraghi complessi.

Vi sono però i casi in cui in un protonuraghe persistono dei vecchi gruppi di potere che dispongono ancora di grande influenza nell'area circostante e per manifestarla al meglio che cosa si fa? Ci si "adegua" ai nuovi tempi: si espande il proprio nuraghe, gli si aggiungono nuovi elementi come torri, bastioni e cortili e/o ne si rivoluziona la struttura interna. Ed il nostro vecchio protonuraghe diventa un più moderno polilobato.

In sostanza, almeno secondo il mio parere, il motivo che ha portato la formazione dei nuraghi misti è la permanenza di gruppi di potere che hanno mantenuto la loro influenza all'interno di un antico insediamento nuragico del Bronzo medio e nel sistema di insediamenti nuragici e nuraghi presenti delle vicinanze di questo. Ma questa è solo un'ipotesi.


E voi cosa ne pensate? Se avete dei dubbi, non siete d'accordo o vorreste semplicemente approfondire la cosa, non fatevi problemi, commentate.

Al prossimo articolo ;)

martedì 21 agosto 2018

Civiltà talaiotica: influenzata da quella nuragica?

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Accompagnato dall'agosto più autunnale che io abbia mai ricordato, con la testa in brodo per via di mille pensieri, con un convegno a breve al Museo della Tonnara di Stintino, e con un tempo libero organizzato tra letture di romanzi e videogiochi (questi ultimi, ahimè, preponderanti), non ho avuto modo e tempo di poter dedicare energie cerebrali ad un articolo serio da inizio agosto ed è solo la volontà di mantenere vivo questo blog che mi da la forza e la lucidità necessaria per poter continuare, ragion per cui vorrei parlare di un aspetto che alcuni potrebbero trovare piuttosto interessante: le similitudini tra la nostra civiltà nuragica e quella talaiotica.
Prima però, e come è giusto che sia, una spiegazione di cosa è la civiltà talaiotica.

Si tratta di una civiltà millenaria, nata nel Bronzo finale (1300/1200 a.C) e durata fino alla conquista romana del I sec. a.C., diffusasi tra Maiorca e Minorca e che ha lasciato come testimonianza di se delle strutture ciclopiche davvero interessanti, i talayots; questi edifici ricordano di primo acchito dei nuraghi, seppur vi siano delle differenze in alcuni elementi come una minore regolarità generale delle strutture, la fattura generalmente più rozza rispetto a questi ultimi ed altri aspetti che osserveremo in seguito. Altre testimonianze interessanti sono le navetas, strutture già costruite in epoca pretalaiotica per poi esser riconvertite come luoghi di sepoltura, la più famosa delle quali è la naveta D'Es Tudons, Minorca; sepolture ipogeiche scavate sempre nel pretalaiotico ed altre a grotticella semicircolare con corridoio e muri di chiusura dei rifugi di tipo ciclopico (come quella di Corna Nou); infine le taulas, tavole megalitiche la cui funzione era probabilmente di tipo religioso.

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Naveta D'Es Tudons, Minorca, Spagna. Vi dice nulla?

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Taula de Torralba, Minorca.

Soffermiamoci adesso sulla struttura che ha destato la mia attenzione: il talayot.

I primi di questi furono costruiti all'inizio del talaiotico stesso (1300/1200 a.C) e si dividono in due gruppi: quelli a sviluppo orizzontale e quelli a sviluppo verticale. I primi sono più antichi e mostrano una pianta irregolare ma che tende a rimanere compatta e non troppo allungata, la struttura interna è composta da corridoi ed ambienti a pianta irregolare piuttosto stretti se comparati alla massiccia muratura esterna delle strutture in questione; i secondi, preponderanti a Maiorca, tendono ad avere un'impostazione più regolare, con pianta circolare e sviluppo tendenzialmente troncoconico della costruzione; è possibile che le camere interne sviluppassero una falsa cupola come quella dei nuraghi ma è impossibile confermarlo visto che le coperture dei talayots a sviluppo verticale sono andate perdute, alcuni presentano una pianta rettangolare invece che circolare, come quello di Son Serra de Marina. È verosimile, visti pure i rinvenimenti, consistenti in ceramiche commensali e resti di animali, che queste imponenti strutture fossero sede/residenza dei gruppi di potere dei vari insediamenti balearici tra Maiorca e Minorca dell'epoca talaiotica.

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Talayot di Cornia Nou, sviluppo orizzontale.

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Rilievo planimentrico del talayot Conia Nou.

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Talayot di Son Serra de Marina, sviluppo verticale, pianta rettangolare.

Come avrete capito, è inevitabile il confronto con i nostri nuraghi, soprattutto in luogo all'evoluzione strutturale a cui andranno incontro i talayots con l'avanzare del tempo; viene naturale e spontaneo fare un parallelo con la prima tipologia di talayots ed i primi nuraghi a corridoio così come quelli a sviluppo verticale ed i nostri monotorre. Tuttavia, il paragone è piuttosto ingannevole in quanto:
A) I talaiotici svilupperanno altre strutture che nulla avranno a che vedere con quelle nuragiche; B) la civiltà talaiotica nasce e si sviluppa in un periodo in cui quella nuragica aveva già smesso di costruire i nuraghi e che stava attraversando profondi cambiamenti: quando loro avevano i primi talayots a corridoio noi avevamo già Su Nuraxi, Genna Maria, Santu Antine, Arrubbiu et cetera; quando loro sviluppavano un tipo di navetas simile alle tombe dei giganti, noi avevamo già iniziate a mettere da parte queste ultime per passare alle sepolture singole.

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Naveta di Rafael Rubì.

È quindi da scartare a priori un'influenza nuragica? Non del tutto e vi spiego perché: ogni linguaggio culturale che riguardi le strutture (come il megalitismo) o la cultura materiale (come la cultura del Vaso Campaniforme) compie viaggi più o meno ampi in certi periodi di tempo fino a giungere a determinate terre ed ivi durare un tot di secoli. Prendiamo il sopracitato Campaniforme: nato nel 2700 a.C. circa in Portogallo, si è espanso fino a giungere in Germania, Inghilterra e nord Africa e, mentre compariva per la prima volta in alcuni territori, spariva nelle terre in cui si era originato e dalle quali era partito. Certo, stiamo parlando di un periodo in cui le diffusioni avvenivano in buona parte grazie alle migrazioni, cosa che è inverosimile fosse avvenuta per le popolazioni sarde del tempo, in compenso però va tenuto conto del fatto che se i nuragici erano dei navigatori tanto quanto dovevano esserlo le popolazioni delle baleari e che vasi di fattura nuragica sono stati rinvenuti anche in Spagna, dunque non è improbabile che, nel Bronzo medio e recente, i balearici avessero intrattenuto rapporti commerciali e che attraverso questi ultimi fossero circolate determinate idee.

Va infine tenuto conto di un altro elemento fondamentale: se da noi ci sono i nuraghi, in Corsica ci sono le torri della civiltà torreana, che si sviluppa in un periodo simile a quello in cui noi ci sviluppiamo, per cui va anche tenuto conto di un altro importante canale di commercio, trasmissione e scambio di valori culturali, quello Corso, pertanto non è da escludere che la trasmissione della cultura ciclopica possa essere avvenuta anche con i torreani, se più o meno rispetto ai nuragici non saprei dire.

In definitiva: pur ritenendo eccessivo dire che noi antichi sardi abbiamo insegnato ai balearici a fare le costruzioni per cui sono conosciuti in tutto il mondo (i talayots) è innegabile che dalla nostra isola, così come dalla Corsica e da altre terre che io stesso potrei ignorare, sia partita un'influenza che le popolazioni delle due piccole isole hanno recepito ed usato sviluppando monumenti, edifici ed insediamenti secondo il loro gusto e le loro modalità.

Per chi fosse interessato a delle letture più tecniche e specifiche sull'argomento che questo articoletto non è in grado di dare: ecco l'articolo che da la giusta introduzione ai pretalaiotici ed ai talaiotici (ATTENZIONE, CRONOLOGIA NON AGGIORNATA), questo e quest'altro sono articoli riguardanti il popolamento costiero e quest'ultimo è quello dedicato al talayot ed all'insediamento di Cornia Nou; per chi non fosse molto avvezzo allo spagnolo ed al catalano, eccovene uno in italiano.

E voi cosa ne pensate? Se avete informazioni ben più precise e dettagliate non fatevi problemi, commentate pure!

Ci si sente ;)

martedì 31 luglio 2018

Quando il paesaggio rurale incontra il paesaggio archeologico nell'altopiano di Abbasanta


In un articolo precedente avevo parlato di come la nostre vecchie strutture rurali (come le pinnette) abbiano la propria valenza come beni culturali, in quanto testimoni di un'epoca e di una tradizione pastorale che fanno parte della nostra storia, e dunque come manufatti da tenere in considerazione; nella sua introduzione avevo inoltre scritto che stavo preparando uno scritto da portare al Ruraland, convegno svoltosi presso il dipartimento di Agraria dell'Università di Sassari. Dopo mesi e mesi ad aspettare, finalmente il mio lavoro viene pubblicato nella rivista ad esso dedicata, cosa che aspettavo da tempo dato che col copyright posso pubblicizzare il mio saggio senza il rischio che qualche simpatico furbacchione possa copiarla e spacciarla come propria.

Questo che leggerete sarà la sintesi dell'articolo al quale ho lavorato.

Come è noto a tutti, non è affatto raro trovarsi pinnette (capanne totalmente fatte di pietre, copertura compresa), muretti a secco e recinti per animali fatti di sassi in prossimità di siti archeologici, soprattutto quelli nuragici; in questo mio lavoro spiegherò la formazione del paesaggio rurale, il suo intersecamento con quello archeologico ed i motivi che lo creano. Cominciamo dal principio.

Le prime attività agro-pastorali in Sardegna si hanno a partire dal Neolitico antico e ci lasceranno tracce per tutta la preistoria e protostoria sarda, le più numerose di queste sono ossa di animali prettamente pastorali, come ovicaprini o suini, ed altri utilizzati nell'agricoltura, i bovini; vanno poi menzionati gli strumenti in pietra o in metallo utilizzati per l'agricoltura (come il falcetto in bronzo nuragico presente al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari) vasi per contenere derrate alimentari (dolii con anse a X, sempre nuragici e sempre al museo di Cagliari in questione) e di silos rinvenuti nel villaggio prenuragico di Su Coddu - Canelles, Selargius (CA).

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Dolio nuragico con anse a "X"

Nell'area che ho analizzato, le prime strutture propriamente pastorali appartengono in tutta probabilità al periodo romano e si trovano in località Benezziddo, al comune di Aidomaggiore (OR): si tratta di due capanne allungate della stessa tipologia di quelle presenti al santuario nuragico di Santa Cristina a Pulilatino (OR), un tipo di strutture usate in tutta probabilità come ricovero degli animali. Dopo molti secoli, in periodo storico successivo a quello romano, abbiamo la costruzione di alcune pinnette di cui abbiamo resti sempre a Benezziddo e nelle località Bernardu Pala, Mura Era, Sanilo, Abbaeras, Crabia e Urba ‘e Oes, sempre nel comune di Aidomaggiore; la particolarità è sempre quella di essere costruite in prossimità di siti nuragici. Pertanto in questo periodo si può parlare di una influenza del paesaggio archeologico su quello rurale in quanto i pastori sfruttano la presenza di villaggi e nuraghi per ottenere le pietre necessarie con cui innalzare le loro piccole capannette, pertanto la modifica del primo per opera del secondo è relativamente leggera.


Pinnetta rinvenuta a Benezziddo, Aidomaggiore.

Lo spartiacque, quello che darà inizio al vero e proprio intrecciarsi dei due paesaggi, lo si avrà in periodo sabaudo, nel 1823, quando verrà emanato il Regio editto delle Chiudende, che prevedeva che chiunque fosse riuscito a recintare un lembo di terra ne sarebbe diventato il proprietario; questa geniale trovata, oltre ad essersi rivelata un fiasco colossale, ebbe conseguenze devastanti sulla quasi totalità dei siti archeologici e sul loro stato di conservazione: molti siti archeologici, come i nuraghi e le  necropoli romane ad incinerazione, subiranno danni irreversibili, tanto che alcuni di questi scompariranno del tutto o perderanno per sempre pezzi importanti facenti parte del loro contesto (abitati, segnacoli, menhir et cetera).

Il motivo di tutte queste distruzioni è semplice: per costruire nel più breve tempo possibile, invece di spaccarti le mani a scolpire legno e pietra, prelevi il prodotto già finito e che sta a tua completa disposizione, ovvero i monumenti ed i siti archeologici: nuraghi, capanne antiche e contenitori in basalto romani per le urne forniscono un materiale solido, facilmente trasportabile e pronto al riuso. Da questo periodo comincerà quindi un processo inverso: l'influenza del paesaggio rurale su quello archeologico. Altre attività che andranno ad incidere notevolmente sullo stato di conservazione dei siti archeologici saranno le varie attività di spietramento del suolo e del sottosuolo in modo tale da rendere i terreni più sgombri e fertili per i pascoli di pecore e bovini, creando dei cumuli di pietra in cui non è improbabile ritrovarci pietre di muretti a secco facenti che in passato facevano parte di capanne, altre strutture interrate o nuraghi. Si assiste così anche ad un cambio di vedute in quanto il sito archeologico non viene più visto come una fonte di materiali di costruzione ma come un ostacolo che rende meno produttivo il terreno.


Nuraghe Su Fangarzu, Borore, in prossimità di muretti a secco e cumuli di pietra

Concludo dicendo che ciò vi ho riportato non è frutto di ignoranza o vandalismo ma semplicemente dettato dalla necessità di adattarsi e sopravvivere da parte di persone (tra le quali potrebbero esserci parenti vostri e nostri) che altrimenti non avrebbero trovato modo per campare se stessi e le loro famiglie; occorre dunque porre la costruzione dei muretti a secco e delle pinnette nell'adeguato contesto se si vuole  inserire il paesaggio rurale in un quadro culturale che entri in continuità con quello archeologico.

Per chi fosse interessato al mio articolo completo, ecco il link.

E voi cosa ne pensate? Se volete esprimere una vostra opinione non fatevi problemi, commentate!

Ci si vede ;)

sabato 21 luglio 2018

Bronzetti sardi presenti altrove, quelli falsi e quelli rinvenuti senza scavi stratigrafici: possono aiutarci voltammetria e XRF?


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In questi ultimi mesi mi sono buttato corpo ed anima per soddisfare una mia curiosità sui bronzetti nuragici che raffiguravano gli animali ed ho ottenuto si e no alcune risposte ad alcune determinate mie aspettative; la tal cosa non è stata certo una passeggiata dato che A) i libri che cercavo erano sparsi un po' nelle biblioteche di Cagliari, B) c'era e c'è tutt'ora un caldo torrido infame, C) mi facevo tutto il giro delle biblioteche a piedi visto che preferivo le sovraesposizioni al sole agli scleri del cercare parcheggio in mezza mattina ed al suo conseguente spreco di benzina; di conseguenza tornavo a casa non certo al massimo delle forze.

Nonostante ciò, la ricerca mi ha fatto venire in mente una questione parecchio interessante: quella sulla datazione dei bronzetti. Dato che la maggior parte veniva da contesti sconosciuti o da altri in cui non furono effettuati gli scavi stratigrafici (allora erano pressoché sconosciuti in Sardegna ed in buona parte del mondo), si è cercato di datarli principalmente tra il Primo Ferro ed il Ferro orientalizzante attraverso la tecnica stilistica con cui venivano plasmati e decorati; due esempi lampanti sono il capo tribù di Uta e l'arciere saettante di Teti Abini datati rispettivamente al VIII-VII secolo a.C., in base a supposte influenze orientali ed a metà VII secolo a.C., basandosi su influssi dell'arte paleoetrusca. Nuovi scavi e studi hanno permesso di ottenere datazioni più precise al merito della loro creazione: si va da un periodo che va dal Bronzo finale fino agli inizi del Primo Ferro.

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Arciere saettante di Teti Abini e capotribù di Uta, provenienti da scavi non stratigrafici e datati da Lilliu in base allo stile con cui sono state elaborate.

Vi sono poi i casi dei bronzetti sardi presenti nelle aste, prelevati attraverso scavi distruttivi ed illegali che privano i reperti dell preciso contesto di appartenenza e che li sparpagliano in collezioni private in giro per il mondo. 

Va poi menzionata una questione successa circa 3 anni fa e che dalla quale si scatenò una polemica non indifferente: i bronzetti riportati dall'Inghilterra dall'associazione Nurnet. La storia è questa: alcuni vedono dei bronzetti in un'asta a Londra in cui si vendevano delle statuette in bronzo che venivano indicate come sarde, Nurnet ne acquista quattro e le riporta in Sardegna, il soprintendente Marco Minoja e l'archeologo Rubens d'Oriano dichiarano che potrebbero essere dei falsi e da lì si scatena la polemica (che io stesso spero di non resuscitare per il solo fatto di averla menzionata). 

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I Bronzetti in questione. Per chi volesse avere dei confronti con i veri bronzi nuragici raffiguranti animali, eccovi il link dell'opera che fa per voi.

Tralasciando il fatto che io stesso, per questioni stilistiche, dubito della "nuragicità" dei bronzetti in questione, la datazione di questi bronzi potrebbe essere smentita o confermata utilizzando una tecnica di datazione forse poco conosciuta ma che è già stata sperimentata 4 anni fa con successo e che può fornire risposte adatte alle nostre domande: la voltammetria.

La voltammetria è un tipo di analisi chimica dei metalli che è stata applicata dal professor Antonio Doménech-Carbó dell'Università di Valencia per la datazione di alcuni reperti di bronzo. Il procedimento si basa sull'ossidazione superficiale del rame contenuto nella lega metallica in questione e su quanto questa sia rimasta a contatto con agenti ossidanti, in questo caso l'aria. Il rame infatti, a contatto con essa, crea un primo strato di cuprite, uno degli ossidi dell'elemento in questione; quest'ultima, col contatto prolungato con l'aria, crea un secondo strato che genera un altro ossido, la tenorite.

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Strumenti usati per la voltammetria (mi scuso per l'immagine di scarsa qualità ma non ho saputo trovare altro).

Fatta questa piccola introduzione di chimica spicciola, vi spiego come funziona il tutto.
Si prende una barretta cilindrica di grafite, la si bagna nella paraffina, la si mette in contatto con la superficie che vogliamo analizzare in modo tale che parte delle sue molecole si attacchi all'elettrodo che verrà infine messo nella soluzione acquosa che funge da elettrolita; ciò significa una cosa molto importante: questo metodo di analisi cronologica  non è distruttivo. Fatto questo, vedremo dei picchi nel macchinario collegato agli elettrodi e agli elettroliti, questi rappresentano il livello di corrosione e sono direttamente proporzionali, cioè più un oggetto di metallo è ossidato e più i picchi aumentano. Per chi volesse avere informazioni più dettagliate vi linko questo sito, quest'altro e l'articolo dello stesso professor Doménech-Carbó (vi avviso che dovrete fare richiesta al diretto interessato).

Può quindi essere la chiave per risolvere il problema delle datazioni di molti dei nostri bronzetti? Si, a patto di aiutarsi con gli altri materiali datati in precedenza per meglio calibrare la data precisa, cosa appunto fatta da Domenech-Carbó. Può fornire una datazione più precisa anche dei bronzetti rinvenuti in stratigrafia? Certo che si. Può smascherare un falso? Su questo non saprei dire nulla di certo dato che si conoscono tecniche per un "invecchiamento" artificiale dei metalli, tuttavia la cosa può essere risolta con l'analisi di fluorescenza a raggi x, detta anche XRF.
Dato che molte tecniche di ossidazione artificiale prevedono l'uso di composti chimici, la tecnica sopramenzionata, grazie ad un indagine di superficie non distruttiva basata sui raggi X e sulle reazioni energetiche degli atomi e degli elettroni alla sua penetrazione, è in grado di riconoscere sulla superficie del manufatto i residui dei reagenti utilizzati per l'ossidazione del materiale; ogni elemento rilascia fotoni al suo passaggio ed è riconoscibile a seconda della quantità di energia fotonica rilasciata. Per aver informazioni maggiormente dettagliate, vi linko l'articolo che parla in maniera più tecnica ed approfondita della XRF.

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Come funziona uno strumento portatile per l'analisi della fluorescenza a raggi X.

E voi cosa ne pensate? Se vi è piaciuto l'articolo, se volete dire la vostra, o se volete dire qualcosa in più in merito agli strumenti di analisi chimica applicati all'archeometria, non fatevi problemi, commentate.

Ci si sente ;)

mercoledì 13 giugno 2018

I giganti di Monte Prama: perché terranno in ombra tutti gli altri siti archeologici sardi per ancora molto tempo.



In questo fine settimana non s'è parlato di altro, la questione è impazzata in tutti i gruppi di appassionati di archeologia su Facebook, persino gli archeologi stessi non hanno potuto sfuggire alla rilevanza della questione esprimendosi con toni abbastanza seri, l'atmosfera è tesa, il clima infame (e non scherzo dato che ci sono 30 gradi fuori ma piove quasi sempre), la sentenza è stata emessa: chi usa il termine "giganti", e non "eroi" per chiamare le statue di Monti Prama è un ignorante e si dovrebbe vergognare. Come se queste fossero le cose davvero importanti. Come se degli archeologi seri non avessero mai chiamato "giganti" le statue di Monti Prama.

Pur non essendo la più bassa e vile delle polemiche, andate a vedere che tutto ha detto gli anni scorsi il nostro (non) caro ex presidente della Regione Sardegna, Mauro Pili, questa storia ha un che di comico perché sono anni ed anni che si usano termini coniati dalla popolazione per indicare tombe scavate sula roccia di epoca preistorica (domus de janas) sepolture megalitiche a corridoio con esedra sulla parte frontale (tombe dei giganti); hanno un che di comico, con rispetto parlando, pure alcune delle incazzature che si sono verificate nei gruppi di appassionati, a trassa di offesa personale verso la propria madre.
Tutto questo però è anche la conferma di una cosa: i giganti di Monti Prama sono considerati ritrovamento archeologico più famoso ed importante di tutta la Sardegna sia dal punto di vista mediatico che da quello prettamente archeologico. E lo saranno ancora per tantissimo tempo, sempre che nuovi scavi non scoprano qualcosa di ancora più grosso ed unico.
Perché?

Prima di iniziare il discorso voglio mettere chiaro una cosa: in questo articolo non si getta fango sulle statue di Monti Prama e sul sito dal quale provengono, sarebbe moralmente criminale e, in quanto amante di archeologica nuragica, sarei parecchio bacato in testa se lo facessi; in questo articolo si discute di come mai Monti Prama metta in ombra tutti gli altri siti archeologici della Sardegna. Fatto questo doveroso chiarimento, iniziamo.

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Gente molto ignorante  (sono ironico, per chi non lo capisse).

1. Sono nuragiche.

In un'isola che è stata uno dei tanti domini dell'Impero Romano, che ha avuto una storia particolare rispetto a quella delle altre regioni del continente italico che le ha permesso di sviluppare tutte le peculiarità culturali che può vantare ora, la gente non può che rispecchiarsi nelle proprie radici risalenti all'età del Bronzo, quando la Sardegna aveva già sviluppato una propria e peculiare identità culturali i cui segni sono ben visibili tutt'oggi; e va inoltre aggiunto che in periodi di forte crisi economica e sociale come quelli che stiamo vivendo non è raro ripensare o rifarsi alle proprie origini.

2. Sono uniche persino all'interno del panorama archeologico nuragico.

Nonostante la presenza di una testa simile rinvenuta a Narbolia e la recente riscoperta di un corno di pietra, probabilmente parte id un elmo, rinvenuto a San Sperate da parte di Alberto Mossa, i giganti rimangono un unicum in tutto il panorama della Sardegna nuragica.
Pensateci: abbiamo molti luoghi in cui vi sono pozzi sacri, templi a megaron, tombe dei giganti, e capanne delle riunioni (taccio sui nuraghi per ovvi motivi) ma solo uno in cui sono state rinvenute delle statue in pietra che hanno fornito nuovi dati sulla statuaria nel Mediterraneo occidentale e che sono uniche e perfettamente identificabili per il loro aspetto peculiare. Perché fissarsi su dei nuraghi che si vedono in ogni angolo della Sardegna  o dei bronzetti presenti in più siti sparsi per la nostra isola quando abbiamo abbiamo qualcosa di ancora più esclusivo e ristretto in cui riconoscerci e rappresentarci?

3. Sono estremamente spendibili a livello mediatico.

Essendo qualcosa di completamente unico, ed iconico, era ovvio che sarebbero stati adoperati come una sorta di veicolo pubblicitario per la Sardegna e le sue bellezze, non a caso Cabras (OR) stessa ha adoperato il nome di "Terra dei giganti" su cartello stradale a sfondo marrone
Spesso la cosa piglia vie strane e le nostre statue finiscono per fare da mascotte a svariate identità all'interno della nostra isola, dalla Dinamo Sassari (e fin qui va pure bene a mio avviso) a centri commerciali (cosa che fa capire quanto siano diventati una commercialata, chiedo scusa per l'orrore letterario, in alcuni punti della Sardegna). In certi casi la cosa piglia vie di dubbio gusto e ci si dedica alla ricostruzione in polistirolo dei giganti stessi per poi spargerli in vari punti del paese di Cabras, a volte vicino a cartelli stradali rischiando di creare conseguenze facilmente ben immaginabili a chi si affida alla segnaletica stradale.

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Un buon modo per usare l'immagine dei giganti...

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... seguito da uno pessimo.

4. Sono venuti a galla in questo decennio.

Pur essendo stati scoperti a metà anni '70, è indubbio a tutti che i giganti sono capitati sotto la luce dei riflettori da quando hanno occupato i principali canali di comunicazione soltanto negli anni 2010, quando i social network (Facebook in primis) si stabilirono come la piattaforma predefinita nelle quale approcciarsi alle persone e venire (dis)informati di quello che succede nel mondo (dis, sapete... le fake news); prima invece la loro comunicazione veniva fatta essenzialmente attraverso mezzi comunicativi tipicamente accademici come riviste e libri archeologici, roba che si filavano soltanto quelli che lavoravano nel settore insieme a pochissimi appassionati. Niente social, niente fama.
E no, nessuno ha voluto tenere nascosti per 40 anni le nostre belle statue.

In definitiva: è un bene o è un male?

La questione è grigia: grazie alla luce sotto i riflettori di cui godono, ai loro tratti peculiari ed al fatto che sia attualmente uno dei simboli più forti della nostra identità sarda, i giganti sono i reperti archeologici che pubblicizzano meglio tutta la Sardegna e questo non può che essere un bene da un punto di vista economico e conoscitivo di tutta la Sardegna visto il numero di turisti che contribuiscono a portare, sia a Cagliari che a Cabras; bisogna poi contare che, attraverso le nostre amate statue, i nostri cari visitatori potrebbero volerne sapere di più della Sardegna e di tutti i tesori di tutte le epoche (soprattutto quella nuragica) che non tutti conoscono, pertanto dai giganti stessi potrebbero decidere di capire cosa c'era prima ed andare visitare Su Nuraxi di Barumini (Sud Sardegna) e Santu Antine di Torralba (SS) oppure scoprire cosa è venuto dopo e visitare Tharros o Nora.

Paradossalmente però, tutta la questa importanza mediatica può avere conseguenze poco piacevoli e non mi riferisco alle speculazioni, quelle ormai sono una triste normalità persino per argomenti più importanti, ma al fatto che si corre il rischio che vengano destinati sempre meno fondi verso lo scavo di altri siti molto meno famosi ma comunque molto importanti dal punto di vista archeologico o di altri siti che rimangono ancora sotterrati ma che se scavati potrebbero dare alla luce dei contesti davvero piacevoli ed interessanti. Come mai?

Prima di darmi del pazzo vorrei far notare che stiamo vivendo un situazione molto difficile dal punto di vista economico, tanto che sono stati fatti numerosi tagli alla ricerca scientifica in generale, compresa quella archeologica, ed il governo che si è appena formato rappresenta un'incognita; pertanto: io, soprintendenza archeologica, chi finanzio se ho sempre meno soldi? Spargere soldini in giro per tutti i siti archeologici come se fossero nutella su una fetta biscottata sarebbe deleterio visto che non basterebbero neppure per scavare mezzo metro quadro di strato, devo quindi concentrare i miei soldi in alcuni siti precisi in modo tale che ne vengano fuori campagne di scavo decenti, su quale sito archeologico darò la mia priorità? A quello che sta sempre facendo parlare di sé e che mi fornisce dei rinvenimenti archeologici mai visti prima o a quello che conoscono soltanto all'interno dell'università e quattro gatti sparsi in giro per l'isola? Devo poi tenere conto che io, soprintendenza archeologica, non finanzio solo interventi di scavo ma anche di restauro e recupero e che i soldi, repetita iuvant, scarseggiano sempre di più. E se qualcuno si lamenta che sta ricevendo sempre meno soldi per gli scavi? Pazienza!

Spero che questo articolo vi sia piaciuto e che possa aprire qualche spunto di riflessione, se sapete qualche dettaglio in più commentate pure, non fatevi problemi, se poi siete in disaccordo con quanto scritto fate sapere il vostro perché basta che non si scenda sul personale dato che ogni volta che si tocca i giganti si impazzisce facilmente. Detto questo vi saluto.

Ci si vede ;)

lunedì 21 maggio 2018

Cosa ha ispirato la costruzione dei nuraghi e la loro evoluzione concettuale?



In un articolo precedente avevo discusso sulla possibilità dell'esistenza di una struttura più antica che possa aver ispirato la costruzione dei primi nuraghi che, ricordiamolo, non erano le torri di pietra troncoconiche che tutti o le fortezze di pietra fatte da più elementi, come Su Nuraxi di Barumini, che tutti noi conosciamo ma degli edifici di varie forme che, a livello generale, si sviluppavano più in estensione che in larghezza.
Nell'articolo (https://illeggiadromondodimartino.blogspot.it/2018/04/esiste-una-struttura-che-abbia-ispirato.html) avevo analizzato questa possibilità verificando se nella Sardegna e nelle altre parti del Mediterraneo, durante età del Rame e del Bronzo antico, esistessero costruzioni del genere che avessero fatto da "muse ispiratrici"; la risposta è stata negativa in quanto non ho riscontrato presenza di strutture simili.

Era chiaro, arrivati a questo punto, che ciò che ha creato i primi nuraghi è essenzialmente un'idea data da una precisa esigenza. Quale? In questo articolo cercherò, al meglio delle mie limitate capacità, di spiegare quali sono state le dinamiche che hanno portato alla creazione dei primi nuraghi, vale a dire i protonuraghi (o nuraghi a corridoio se preferite) e quali furono invece quelle che hanno portato ad una standardizzazione della loro forma e diversificazione delle funzioni.

Partiamo dai presupposti: nel Calcolitco (sinonimo dell'età del Rame) abbiamo visto il nascere di villaggi fortificati nel nord Sardegna in cima a colli, villaggi tipici dell cultura Monte Claro, la cui esistenza si contrappone, da un punto di vista strettamente materiale (reperti e strutture) alle culture Filigosa ed Abealzu, quindi è possibile osservare per la prima volta una divisione della popolazione all'interno della Sardegna e l'esigenza esigenza di un controllo del territorio attraverso dominio visivo delle vallate sottostanti già a partire dal IV millennio a.C. .
Nel Bronzo antico compaiono due elementi piuttosto interessanti: la tomba dei guerrieri rinvenuta a Sant'Iroxi e i primi segni di una sepoltura ancora più collettiva di quelle delle età precedenti con la creazione delle primissime tombe dei giganti (che, ricordiamolo, sono un'evoluzione concettuale dell'alleé couverte, una sorta di dolmen allungato presente in Sardegna già dall'età del Rame). Questi elementi fanno pensare ad una situazione in cui A) la collettività stava iniziando ad avere un ruolo di maggior rilievo, B) erano necessari gruppi armati per la difesa del villaggio dal quale provenivano se non del territorio che controllavano partendo da quest'ultimo.

Tomba di Sant'Iroxi ed i suoi rinvenimenti, notare la lama della daga in rame arsenicato a destra.

Arrivati a questo punto, era chiaro che servisse una struttura che potesse svolgere la funzione di controllo del territorio e che rappresentasse allo stesso tempo coloro i gruppi che svolgevano tale funzione partendo dal villaggio in cui risiedevano. Tale edificio doveva essere imponente, in modo da impressionare quelli provenienti dagli altri villaggi che lo avessero osservato, e torreggiante in modo che in cima ad esso si potesse avere un dominio visivo del paesaggio in modo da poterlo controllare meglio.
Nascono così, agli inizi del Bronzo medio, i primi protonuraghi, strutture enormi che erano sia il centro che rappresentazione del potere dei vari capivillaggio sugli insediamenti in cui sorgevano e sui territori correlati. Arrivati a questo punto, uno dirà: cosa centra la collettività se parli di sede di potere dei capivillaggio?

Una bella domanda a cui cerco di dare la migliore risposta possibile: se devi costruire delle struttura di pietra imponenti che e devi avere a che fare con una manodopera limitata agli abitanti del tuo villaggio (e non aspettatevi una cosa come Micene, Ugarit o Babilonia) ed un quantitativo di risorse non indifferenti (pietra in primis), non puoi certo permetterti di fare il "non mi tocchetti che mi caghetti" della situazione come i faraoni d'Egitto e neppure fare distinzione fra patrizi e plebei nella Roma repubblicana prima della secessione dell'Aventino o tra baroni e servi della gleba in pieno Medioevo; pertanto tu e i tuoi compari dovete collaborare.
Appare quindi verosimile, almeno dal mio punto di vista, che esistessero delle figure di maggiore importanza nei singoli villaggi ma che non fossero delle figure totalmente autarchiche come il gran re di Persia, i diadochi, i faraoni o gli imperatori romani, ma una sorta di primus inter pares come i re di Sparta od i sovrani gallici descritti nel De Bello Gallico di Giulio Cesare (so che l'espressione stessa era stata coniata per gli imperatori romani a partire da Augusto ma era puramente di facciata visto che tutti i poteri erano di fatto nelle loro mani).

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Nuraghe monotorre Santa Sarbana, Silanus (NU).

Con il passare degli anni e dei secoli, avviene un aumento di popolazione all'interno dei singoli villaggi che causa un surplus di abitanti rendendo dunque necessaria la fondazione di altri villaggi e la costruzione di nuovi nuraghi, sia per rappresentanza che per il controllo del territorio; assistiamo inoltre a cambiamenti importanti: A) i protonuraghi di varie forme diventano i nuraghi monotorre troncoconici che tutti noi conosciamo, sviluppati più in altezza che in estensione, in modo da poter avere un dominio visivo ancora più ampio del territorio su cui venivano costruiti; B) alcuni nuraghi vengono (apparentemente) costruiti senza che ci sia necessariamente un villaggio correlato ad essi.
Appare chiaro quindi che, sempre nel Bronzo medio, venga data maggiore importanza al controllo del territorio che non alla mera raffigurazione di potere.

Questa tendenza, però, sembra riequilibrarsi con la comparsa, nel Bronzo recente, dei primi nuraghi complessi; questi ultimi, in alcuni casi, nascono come nuraghi semplici per poi vedersi aggiunte altre torri (Su Nuraxi di Brumini), in un caso abbiamo addirittura un protonuraghe che viene convertito in nuraghe complesso (Su Mulinu di Villanovafranca). La loro presenza e le loro dimensioni indicherebbero infatti la presenza di capivillaggio dotati di maggior influenza/potere rispetto a quelli che risiedevano nei nuraghi monotorre  (tenere conto che si parla sempre di quelli correlati ai villaggi) o nei polilobati (sinonimo di nuraghi complessi) di minori dimensioni; si ha quindi un ritorno ad un'esigenza sia di controllo che di ostentazione della propria forza rivolta non solo ai villaggi/nuraghi lontani ma anche a quelli vicini che avevano un rapporto di stretta collaborazione e vicinanza con i nuraghi complessi più grandi. Per far capire meglio il concetto vi faccio vedere una mappa estratta dal mio lavoro di tesi magistrale.

Sistema dei villaggi nuragici in un'area compresa tra il comune di Aidomaggiore e quello di Borore. I nuraghi Bighinzones, Porcarzos, Maso 'e Majore e Meddaris sono quadrilobati; Sanilo e Tresnuraghes trilobati; Busazzone un tancato (con due torri, una di fronte all'altra).

Nella mappa che vi ho mostrato vi sono alcuni piccoli gruppi di nuraghi con o senza villaggi nuragici che sembrano vivere un rapporto di strettissima collaborazione in quanto, come è ben visibile, sono costruiti a distanze estremamente ravvicinate; tra questi in particolare spiccano Bighinzones e Meddaris, quadrilobati i cui villaggi correlati ed i capivillaggio che li abitavano stavano verosimilmente al vertice dei raggruppamenti di nuraghi e villaggi di cui facevano parte.

Spero che il mio articolo vi sia piaciuto e che possa anche aver chiarito alcuni dei dubbi a chi si chiedeva quale fosse la funzione dei nuraghi (sembra una banalità ma ci sono persone che non sanno ancora che funzione avessero i nuraghi o che affermano, erroneamente, che fossero templi).

Al prossimo articolo ;)

Edit: mi sono accorto che la mappa dei nuraghi distribuiti in zona presentava degli errori, pertanto ho ritenuto opportuno sostituirla con una corretta, chiedo dunque scusa per aver fornito un'informazione errata.

venerdì 20 aprile 2018

Nuragica - La Mostra: cosa ne penso




Visti i cartelloni, vista la pubblicità presente su Facebook, visto anche il fatto che la mostra, stando a quanto detto dagli organizzatori, si è rivelata un successo tale da consentire persino una proroga al 29 Aprile (prima la si voleva terminare il 25 Febbraio), vista la mia formazione ed il mio percorso come protostorico e visto pure che mi trovavo a Sassari  per un'intervista ad un genetista di fama internazionale (che vedrete prossimamente su questo blog), sarebbe stato quantomeno moralmente criminale non poter partecipare alla mostra di cui tutti parlavano a Sassari in questo momento, NURAGICA - LA MOSTRA.

Stando ai cartelloni pubblicitari, la mostra si propone come una visita fuori dai canoni di una regolare visita al museo, tanto che vengono mostrati un ragazzo ed una ragazza con un VR; di conseguenza la prima cosa che mi viene in mente è che si tratti di una visita fatta esclusivamente in realtà virtuale. Sarà veramente così? Sarà quel viaggio meraviglioso che viene pubblicizzato a pompa magna? Oppure sarà una bidonata di proporzioni ciclopiche?
Prima di partire con la spiegazione, cominciamo subito a dire una cosa fondamentale: la realtà virtuale verrà usata solo alla fine del percorso guidato e, quest'ultima, durerà 7 minuti circa. Detto così potrebbe sembrare una cosa alquanto deludente, specie se vedi dei cartelli pubblicitari che insistono su questo aspetto, ma fidatevi che è molto meglio così, per ragioni che dirò subito nelle righe sottostanti.
Detto questo, cominciamo!

La mostra si articola in una visita guidata e inizia con un ripasso delle prime presenze umane in Sardegna e le varie culture prenuragiche presenti in sull'isola, quelle che costituiranno l'humus in cui crescerà la civiltà nuragica; poi si passa a narrare la civiltà nuragica in tutte le sue sfaccettature.
Si incomincia dalla spiegazione delle strutture più caratteristiche (nuraghi, tombe dei giganti, pozzi sacri etc..), degne di nota sono le ricostruzioni fedeli dell'entrata di un nuraghe, del suo cortile interno e della facciata della tomba dei giganti di Coddu Vecchiu, Arzachena (OT) in scala naturale, quest'ultima rende molto bene la magnificenza e l'imponenza di quella originale. La spiegazione in se non è a comparti stagni ma procede in senso diacronico (nel senso che, mentre passa da un secolo all'altro, spiega la nascita di queste strutture nei vari secoli) e per questo bisogna veramente fare complimenti alle guide turistiche che ci operano perché sanno fare davvero bene il loro lavoro di divulgatori.

Fatto questo, si sale di piano e si entra dentro la ricostruzione di una capanna circolare nuragica e si spiegano i tipi di abitazione dei sardi nuragici, di come queste erano fatte e dei materiali impiegati per costruire fondamenta e tetto; la capanna in se non è vuota ma contiene  riproduzioni delle  ceramiche ritrovate nei vari siti archeologici nuragici, queste ultime non sono presenti soltanto in bella mostra ma vengono spiegate punto per punto approfondendo la loro funzione e il loro utilizzo.

Interno della capanna e riproduzioni degli oggetti in ceramica al suo interno.

In seguito si passa alla manifattura in bronzo e va detto che li non ho resistito, ho messo in un angolo 25 dei miei 28 anni ed ho incominciato a toccare senza permesso, come un bambino monello, le varie ricostruzioni dei bronzetti e degli arnesi utilizzati dai nuragici; tutto questo mi ha fatto guadagnare un bel rimprovero  da parte della guida ed un sonoro ''cazziatone'' da parte della mia ragazza, posso tuttavia dire che ne è valsa la pena: le riproduzioni dei bronzetti e dei vari utensili in quello che era il loro colore originario sono davvero magnifiche (tranne lo specchio in bronzo che rimaneva opaco in ambedue i lati).

Tale sensazione si ripete quando vengono mostrate tutte le ricostruzioni delle armature in dotazione dei guerrieri e degli arcieri nuragici: protezioni, corazze, elmi, scudi ed armi basate su quelle riprodotte nei bronzetti e trasposte nei minimi dettagli a misura di uomo con materiali di prima qualità come cuoio, legno e bronzo, non della roba scadente presa in qualche negozio cinese per farci qualche costume da carnevale in cartone o in tovaglia da cucina; ognuno dei modelli con addosso armi ed armatura è veramente stupendo è rende davvero l'idea della bellezza e della potenza dell'armamento nuragico (anche se trovo piuttosto opinabile, in uno dei modelli, l'idea di mettere spade votive, piuttosto che pugnali, attaccate agli scudi); anche qui mi sono comportato come un pupetto di 3 anni, anche qui mi sono beccato l'avvertimento di non toccare senza permesso da parte della guida turistica, anche qui mi sono beccato un gran cazziatone da parte della mia ragazza, diventata babysitter al momento (per ovvi motivi).




Riproduzione dell armi e delle armature dei guerrieri nuragici, i miei più sinceri complimenti a chi le ha realizzate.

Le ultime due parti della visita guidata prima dell'immersione nel VR riguardano A) la diffusione dei reperti nuragici per tutto il Mediterraneo come testimonianza dei contatti commerciali che i nuragici ebbero con buona parte delle popolazioni mediterranee, dal sud della Penisola Iberica fino a Cipro ed al Vicino Oriente; B) le riproduzioni dei giganti di Monti Prama dove viene fatta una disamina delle varie teorie sulla presenza delle statue in questione, sulle funzioni ipotizzate, sui punti in cui dovevano essere posti e da dove venisse l'idea di fare delle statue simili.


 Riproduzione dei giganti di Monti Prama e del vestiario di due pugilatori.

Ricostruzione delle rotte degli antichi sardi e luoghi in cui sono stati ritrovati materiali nuragici.

E dopo un'ora di visita guidata si passa alla parte clou della visita: la realtà virtuale!
L'immersione in quest'ultima viene proposta come una sorta di "esperienza onirica", nulla di didattico quindi (del resto il tutto è stato spiegato già da prima); all'inizio ci si ritrova spaesati in quanto si assiste ad un viaggio nell'universo in cui si viene condotti da una donna nuragica (virtuale) fino a giungere al centro un luogo astratto, circondato dal vuoto dell'universo, in cui ci si ritrova parte di quello che sembrerebbe un rituale; una volta finito il tutto, si esce da un pozzo sacro e ci si ritrova in mezzo ad un villaggio nuragico: nonostante il tutto sia realizzato con una grafica che ricorda un gioco di ruolo per pc dei primi anni 2000, l'immersione è tutto sommato davvero piacevole e ci si ritrova in mezzo a quelle che dovevano essere la varie attività che si svolgevano nei vari villaggi del'età del Bronzo: guerrieri che si addestrano per il combattimento, soldati vestiti di tutto punto che pattugliano i villaggi, donne ed anziani che stanno dietro i forni a cucinare per le loro famiglie, personaggi che si adoperano a creare utensili di bronzo e di ceramica. Il tutto però dura molto poco e si conclude con la donna nuragica di prima che chiude l'immersione in un'ondata di luce seguita dai titoli di coda.

Se da un certo punto di vista suonerebbe come una cosa deludente, vi assicuro che quella di farla durare pochi minuti è in realtà la scelta più azzeccata in quanto serve tenere conto di due cose: A) il budget, come facilmente immaginabile, è piuttosto limitato e pertanto fare una cosa simile avrebbe verosimilmente comportato una gran spesa non solo di tempo ma anche di denaro; B) nelle mostre, soprattutto in quelle a carattere archeologico, va tenuto sempre conto dell'elemento tangibile e visibile nella realtà in cui viviamo, pertanto è necessario che la tecnologia non prenda mai il sopravvento su quest'ultimo.
Tuttavia, a mio personalissimo punto di vista, avrei impostato la visione nella realtà virtuale non come un viaggio onirico, in cui non sai che succede intorno a te per almeno 5 minuti, ma come un viaggio nelle varie strutture nuragiche: perché non iniziare il tutto all'interno di un nuraghe in modo tale da rendere l'idea di come funzionavano le cose all'interno di esso? Perché non rendere partecipe lo spettatore di un rituale che si svolge all'interno di un pozzo sacro o di un tempio a megaron? Perché non visitare le viscere di una tomba dei giganti mentre due "becchini" sistemano un defunto al suo interno? Avrei voluto vedere molto più volentieri scene simili piuttosto che un'esperienza di tipo "onirico".

Conclusione

In fin dei conti reputo la visita veramente buona e meritevole di essere vista in quanto è organizzata nei minimi dettagli e le guide turistiche sono davvero brave nel coinvolgerti e nello spiegare tutto quello che succede in epoca nuragica. Se capitate a Sassari vi consiglio di farci un salto!

Spero che questo articolo vi sia piaciuto, se avete già visitato la mostra volete condividere le vostre esperienze, non fatevi problemi, commentate.

Ci si sente ;)