sabato 26 gennaio 2019

Lino Banfi all'Unesco. Cosa ne penso.


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Esisteva forse modo migliore di festeggiare il compleanno di questo blogghettino ad un anno dalla sua nascita? Pare proprio di no. Dopo tanti argomenti di tipo archeologico, specialmente in ambito nuragico, non potevo non cercare di svoltare dal contesto regionale per prendere un argomento di respiro nazionale, qualcosa che ha avuto una risonanza mediatica parecchio forte, pareggiata soltanto dal vespaio di polemiche che ne è scaturito: la presenza di Lino Banfi nella commissione Unesco.

Come in tanti abbiamo avuto modo di vedere, il buon vecchio Lino nazionale ha avuto la nomina di membro della commissione italiana Unesco; l’indignazione, inutile dirlo, è stata grande ed unanime, soprattutto dal mondo dei beni culturali, composto da una marea di disoccupati ed alcuni giovani preparati e volenterosi che devono accontentarsi di lavori precari di 1000 euro al mese. (se hanno culo e se lavorano proprio in tale ambito). E pure giusto visto che il nostro caro nonno Libero, oppure Oronzo Canà per i più anziani, fa parte di una team dove sarebbe bene mostrare di avere un certo pedigree nell’ambito dei beni culturali. Ma cerchiamo di vedere le cose in maniera più lucida.

Prima però una premessa: QUESTO QUI NON È UN POST POLITICO, NON C’È ALCUN INTENTO POLEMICO IN QUANTO STO PER SCRIVERE, È SOLO IL MIO PARERE SUL CASO LINO BANFI; QUINDI VI PREGO DI LEGGERE BENE PRIMA DI INSULTARMI.
Inoltre, cosa ancora più importante, non si vuole fare polemica col nostro caro signor Banfi, anzi, posso ben dire che ha fatto bene ad accettare e che al posto suo chiunque, anche un parcheggiatore abusivo con la terza media, avrebbe accettato, me compreso. E lo dico per onestà intellettuale. Pertanto, in questo articolo, non c’è nessuna condanna nei confronti suoi.

Mi rivolgo proprio a te, stai calmo non mettere mano alla tastiera, ti supplico!

Iniziamo con quanto lui ha detto: “…credo che le commissioni fino adesso siano fatte con persone che sono plurilaureate in questo, in quell’altro, conoscono bene la geografia, conoscono bene i posti, i siti, tutte cose che non so; io voglio solo potare un sorriso, ovunque, anche nei posti più seri”.
In molti, specialmente quelli che fanno parte del settore dei beni culturali, hanno avuto il latte alle ginocchia per aver sentito questa frase e si sono chiesti “anni di studi, tasse universitarie, disoccupazione e precariato per poi vedere un comico che fa a pezzi la mia laurea e chi come me si è fatto un culo, lo dovevo capire che bastava far ridere la gente”.

In realtà, rimanendo più freddi, il messaggio di Lino è stato storpiato: quello che voleva dire non era “fanculo a ‘sti professoroni con la puzza sotto il naso e che credono di sapere tutto di tutto, basto io che faccio ridere la gente” ma “io non so una fava di quanto viene trattato rispetto a queste persone che ne sanno più di me, il massimo che posso fare è portare un sorriso in mezzo a tutti questi signori che hanno doppia o tripla laurea”; un intento di buona volontà quindi, non certo volto a denigrare la categoria di chi si è fatto il mazzo per avere i titoli che ha avuto.
Buona fede che però non cancella il fatto che queste parole siano state, suo malgrado, poco lusinghiere nei confronti di chi invece si è fatto il mazzo: vedere uno, che ammette chiaramente di non sapere una mazza, occupare un posto che non merita non è un bell'esempio per chi si fa il mazzo studiando e deve ingoiare sterco nell'ambiente in cui lavora (se lavora). Parliamo ora della commissione.

La commissione si divide in Assemblea e Consiglio direttivo; la prima è l’organo di consultazione e di decisione sulle strategie da attuare ed obbiettivi da conseguire (un po’ come la funzione legislativa del nostro Parlamento); il secondo è l’organo di governo ed ha funzione esecutiva, cioè attua le strategie e gli obbiettivi fissati dall’Assemblea.

E ora vediamo un po’ il ruolo che ricopre il nostro caro Lino. O meglio: il ruolo della commissione Unesco di cui lui è parte. I suoi compiti principali sono:

1.      Dare pareri e formulare raccomandazioni al governo italiano ed alle pubbliche amministrazioni in relazione all’elaborazione ed alla valutazione dei programmi Unesco.
La commissione analizza il programma portato dall’Unesco e, fatta l’analisi, da consigli al governo italiano su come agire per la salvaguardia, conservazione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici italiani.

2.      Collaborare con gli organi competenti per l’esecuzione delle decisioni prese in seno alla Conferenza Generale dell’Unesco che ha luogo a Parigi ogni due anni per approvare il programma generale dell’organizzazione ed il suo bilancio.
La commissione collabora con chi di dovere tra l’amministrazione pubblica per mettere un atto ciò che è stato deciso all’assemblea dell’Unesco.

3.      Produrre documenti concernenti le materie che rientrano nel suo ambito di competenze e contribuire, anche attraverso una serie di pubblicazioni periodiche, a diffondere informazioni su principi, obiettivi ed attività dell’Unesco.
La commissione fa capire, attraverso riviste e affini, cosa vuole fare l’Unesco e produce documenti che riguardano le materie di cui può trattare.

4.      Rendere accessibile al pubblico, mediante un servizio di biblioteca che comprende più di 11.000 testi costituiti prevalentemente di pubblicazioni e documenti, la più ampia conoscenza delle problematiche trattate dall’Unesco.
Questo punto non necessita di spiegazioni.

5.      Diffondere gli ideali, in particolare sostenendo le attività del Sistema delle Scuole Associate, dei Club e dei Centri Unesco.
Questo punto non necessita di spiegazioni.

6.      Organizzare e promuovere incontri, convegni, corsi ed altre attività di formazione e studio nelle materie di competenza.
Un esempio di questi corsi ed attività di formazione può essere la Summerschool.

7.      Associare attivamente al lavoro dell’Unesco persone ed enti che svolgono attività nei campi educativi, culturali e scientifici, agevolando, anche presso le istituzioni competenti, la raccolta di dati e informazioni.
Ad essere associate possono essere singole persone, possibilmente distintesi per grandi meriti nel campo che ricoprono, quanto enti veri e propri come istituti od università.

8.      Favorire l’accesso alle istituzioni più qualificate alle attività promozionali che l’Unesco svolge attraverso la concessione del Patrocinio. A tal fine conduce indagini preliminari per la concessione del Patrocinio sia dell’Unesco sia della commissione stessa.
La commissione e l’Unesco svolgono delle indagini per individuare quelle che ritiene le istituzioni più qualificate per gli obbiettivi vuole perseguire.

9.      Esaminare e trasmettere eventuali progetti che necessitano sostegno finanziario secondo le modalità previste dei Programmi di Partecipazione.
Questi punti non necessitano di ulteriori spiegazioni.

10.  Formulare proposte sulla scelta dei membri delle delegazioni italiane alla Conferenza Generale e ad altre riunioni o manifestazioni promosse.
I membri della commissione scelgono le loro proposte e le presentano alla Conferenza Generale e/o ad altre riunioni simili.

11.  Esprimere pareri e suggerimenti e su richiesta del ministro degli Affari Esteri, sugli aspetti educativi, scientifici e culturali dei progetti da realizzare nell’ambito della politica di cooperazione allo sviluppo.
Se il ministro dell’Estero glielo chiede, la commissione fornisce pareri e consigli in merito all’aspetto scientifico, educativo e culturale sui progetti da realizzare.

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Per farla più breve: Lino Banfi, insieme agli altri membri, fa proposte per favorire la promozione, collegamento, informazione ed esecuzione dei programmi Unesco volti a valorizzare, conservare e promuovere di determinati beni paesaggistici/culturali italiani ed effettua ricerche per individuare quelli che ritiene i soggetti più adatti a collaborare con l’Unesco. Queste cose non solo influiscono sullo stato dei beni paesaggisti e culturali italiani ma anche su una loro nomina a Patrimonio Mondiale Unesco.

Per poter fare ciò, inutile dirlo, ci vogliono competenze e capacità di movimento all’interno della famigerata burocrazia, competenze che Banfi non dispone.
Il problema però non è politico ma culturale: il settore dei beni culturali, in Italia, è visto come un qualcosa di fondamentalmente hobbystico, robetta in cui non vale la pena di spendere soldi ulteriori per retribuire dignitosamente la maggior parte coloro che si sono fatti il mazzo per avere le competenze giuste per promuovere e valorizzare al meglio i beni culturali, basta mandare qualche volontario ed è fatta. Lo stesso ex-ministro Tremonti disse “con la cultura non si mangia”, affermazione smentita da svariati dati che confermano che invece il sistema relativo alla cultura ed alla creatività italiani svolgono un ruolo importante per il PIL italiano (dati del 2011 parlano di un fatturato per il 15% del PIL italiano).

Questo concezione non solo svilisce la funzione della maggior parte delle persone che lavorano nell’ambito dei beni culturali ma influisce anche indirettamente in senso negativo sulla conservazione e promozione dei beni culturali stessi. E per dimostrarlo vi faccio alcuni esempi.

Voi mandereste un carpentiere navale ad organizzare e gestire una mostra di arte contemporanea? Mandereste un primario dell’ospedale a restaurare un opera d’arte? Mandereste un avvocato a dirigere uno scavo archeologico? Come guida turistica in un’area archeologica o in una città antica mandereste uno che nella vita ha fatto sci nautico oppure uno che conosce bene il sito che ha scavato o che l’ha studiato approfonditamente? Per fare un itinerario turistico a tematica iconografica (una visita guidata in cui si vedono le raffigurazioni presenti in determinati monumenti o siti archeologici) ci mettete una casalinga oppure una persona che magari ha ottenuto un dottorato proprio in merito alle iconografie della zona che vi porta a conoscere? Per gestire un museo od una pinacoteca mandereste un camionista? Mandereste un pasticcere ad effettuare la salvaguardia archeologica di un cantiere? Mandereste una squadra di calcio a cinque ad effettuare scavi archeologici di emergenza?

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Appunto.

Repetita iuvant, il problema non è politico ma culturale ed è radicato da molto più tempo di quanto noi immaginiamo; questa nomina a membro della commissione Unesco è dunque solo la punta di un iceberg, una punta parecchio grossa e vistosa che nasconde una parte somersa ancora più immensa. E certe dichiarazioni fatte dei politici nostrani (tutti, PD compreso) dimostrano che non si ha alcuna intenzione di invertire la rotta.

Concludo tornando al buon Lino che ha dichiarato di voler promuovere come Patrimonio Unesco le tombe di Canosa, delle tombe ipogeiche che definirle bellissime è semplicemente riduttivo; fino a qui tutto bene. Peccato purtroppo che le ha definite egizie ed etrusche quando invece sono di origine dauno-ellenistiche (dal V al I secolo a.C.). Un caso di tanta buona volontà direttamente proporzionale all’ignoranza sull’argomento che viene trattato.

Spero che questo articolo vi abbia aiutato a riflettere e che, repetita iuvant, non vi è alcun fine polemico in quanto ho appena scritto.

Ci si vede ;)

martedì 8 gennaio 2019

Il bronzetto gigante di Cagliari. Cosa ne penso.


Buon anno a tutti voi! Come avete passato queste vacanze? Spero tutto bene. Di recente sono rimasto invischiato in vari eventi, master e tirocinio in primis, che non mi hanno permesso di dedicare molto tempo e concentrazione per questo blog, che compirà il primo anno di vita tra poche settimane, ragion per cui voglio rimediare parlando di un avvenimento che ha spadroneggiato sui social per molto tempo nelle prime settimane di dicembre scorso.
Non si era parlato d'altro: giornali, gruppi su facebook, siti internet, tutta l'attenzione si è concentrata su di lui. La statua gigante del bronzetto proposta dal consigliere comunale dei riformatori Raffaele Onnis.
Da dove è nata questa proposta? Stando allo stesso consigliere, lo scopo di questa statua è quella di rappresentare l'identità sarda attraverso un simbolo forte. E quale simbolo è meglio di un "bronzettone" di oltre 20 metri?

L'opinione si è spaccata in due: da una parte quelli che sono d'accordo, tanto che vorrebbero che sostituisse la statua di Carlo Felice (operazione, a mio avviso, stupida ed antistorica sotto ogni punto di vista); dall'altra quelli che lo ritengono un pugno agli occhi ed uno spreco di soldi. Dal punto di vista estetico è difficile dare torto a questi ultimi visto che la statua sembra uscita da un vecchio filmato prerenderizzato di un videogioco degli anni '90, quelli della prima Playstation per intenderci. Ma vediamo di andare oltre le immagini e cerchiamo di capire l'effettiva bontà del progetto.

Questi sono i punti principali in cui la si vorrebbe installare.


Due dei punti ipotizzati: Porto di Cagliari e pineta di Su Siccu.

Quelle che vi ho fatto vedere sono delle ricostruzioni ma il "bronzettone" si trova davvero in Sardegna già da un bel po' di anni e si trova a Tortolì. Ed è tale e quale alle ricostruzioni.


Il mega bronzetto di Tortolì in tutto il suo splendore. Foto presa dalla pagina facebook Architerror.

È leggermente più basso di quello che si vorrebbe a Cagliari ma è identico in tutto e per tutto in ogni elemento. Per cui, fermo restando che la statua stessa può cambiare, possiamo benissimo immaginarlo nei posti indicati da Raffaele Onnis.
Partiamo dal punto di vista estetico. La statua non è brutta, è orrenda. Ad uno può pure piacere, i gusti sono gusti, ma questa è una roba inguardabile, una pallida imitazione di un mezzo di espressione tipico ed apprezzato di una cultura antica ed affascinante quale quella dei sardi nuragici, tanto che sembra pure una parodia. Per rendere bene il concetto, è come un film della Asylum (quella che ci ha propinato grandi capolavori del cinema trash, quali Sharknado) che fa il verso ad altri film più famosi e ben riusciti (se non sapete di che sto parlando, andate ad informarvi sulla casa cinematografica in questione, ne vedrete di belle).
Un altro punto a sfavore è che la statua è troppo grande per non essere notata; ciò va a compromettere il bellissimo "skyline" di Cagliari che è possibile notare venendo verso il porto, stesso discorso varrebbe per chi dovesse vedere il lungomare della pineta di Su Siccu. Traducendo: sarebbe come una macchia di sugo o di vino in una camicia Armani o Dolce&Gabbana.

Ciò nonostante, voglio far vincere la statua in corner, o almeno farla pareggiare: è adatta al contesto in cui si trova? Non proprio. Perché? Cagliari ha avuto numerose testimonianze dislocate in vari punti della città, dal Neolitico fino all'epoca giudicale a Santa Gilla (al tempo nota come Santa Igia); fare un monumento ad una sola testimonianza, per giunta circoscritta in punti dove di nuragico non è stato trovato nulla (testimonianze dei sardi nuragici a Cagliari le abbiamo, per ora, soltanto a Capo S. Elia, leggete questo articolo di Alfonso Stiglitz per saperne di più) sarebbe poco sensato oltre che riduttivo; diverso sarebbe stato qualora fosse presente presso edifici come il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, visti i contenuti di quest'ultimo, a patto di farla a dimensioni minori e certamente di maggior pregio artistico.

Brutta e fuori contesto, voglio comunque darle un'ultima chance per salvarsi: è utile? È quanto serve a Cagliari ed ai cagliaritani? No.
Non per fare del benaltrismo ma Cagliari ha bisogno di tante altre cose, ad esempio una risistemata totale al manto stradale in alcune zone od il saper conciliare la vita notturna ed il benessere dei cittadini che vivono nelle zone interessate alla movida cittadina; questa statua potrebbe anche destare interesse se solo A) fosse molto più piccola (4 metri esagerando), B) fosse molto più bella (si spera qui che cambino totalmente il soggetto, C) fosse in un contesto adatto o se racconterebbe una storia non solo di Cagliari ma anche della Sardegna intera.

Perché non farci un bel gruppo di statue che testimonino tutte le ere che hanno interessato la nostra città e la nostra isola, epoca nuragica compresa? Anche solo un'opera concettuale andrebbe benissimo, avrebbe certamente molto più senso della ciofeca immane di cui ho appena parlato e sarebbe molto più rappresentativo dell'identità sarda e cagliaritana.

Non so come sia ora la situazione, se sia stato accantonato il progetto o se questo sia ancora in porto; spero solo che il sig. Raffaele Onnis possa aver cambiato idea o, quantomeno, averla riveduta.

E voi che ne pensate? Se siete d'accordo o meno, non fatevi problemi, commentate (mantenendo però un tono civile, alcuni possono prendere la cosa sul personale).
Ci si vede ;)

mercoledì 12 dicembre 2018

Cagliari Capitale d'Italia? Non proprio...


"NON SI PARLA DI CAGLIARI CAPITALE D'ITALIA!"



Così mi è stato scritto, a lettere maiuscole, nella sezione commenti di una breve storia del quartiere storico di Castello, Cagliari, che io stesso avevo scritto sul blog della associazione Mare Calmo. Commento stesso che, essendo sotto moderazione ho deciso di non immettere vista l'entrata molto poco tranquilla del signore in questione, che delineava molta poca voglia di discutere: su internet, in chat, nei commenti ed in qualsiasi altro punto in cui si scrive, scrivere con le lettere tutte maiuscole equivale ad urlare, chi ti dice le cose urlando ed alzando la voce non vuole sentire ragioni! Avendo io alle spalle una certa esperienza di litigate virtuali, non me la sono sentita di intrattenermi con quella persona e pertanto ho optato per una cancellazione del commento. Se poi la persona in questione ignorasse il significato di tali parole e non avesse dunque alcun intento bellicoso, allora chiedo venia; se tale persona sta leggendo l'articolo di questo piccolo blog (cosa improbabile) allora le verrà spiegato perché quanto mi ha scritto non è esatto.


Sto parlando della questione di Cagliari capitale d'Italia: qualcuno, molto tempo fa, ha infatti affermato che la prima città della Sardegna fosse stata una delle capitali d'Italia non riconosciute dalla storia ufficiale, in particolare la più antica in assoluto; il fatto che essa non venga riconosciuta, sempre secondo tale persona, è la prova che l'Italia consideri la Sardegna come una nullità da visitare solo in estate. Il punto è che chi ha affermato questo non è l'ennesimo indipendentista sardo perennemente incazzato in rete e con una certa propensione all'insulto a chi non la pensa come lui ma niente popò di meno che Francesco Cesare Casula, uno dei più autorevoli ed illustri storici sardi.


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 Francesco Cesare Casula, uno dei più attivi storici sardi.

Per chi non lo conoscesse, il buon Francesco è stato uno degli storiografi sardi più attivi in assoluto; basti pensare che, nella sua lunga attività accademica, ha scritto circa una settantina di opere e si è impegnato a lungo nella diffusione della storia e della cultura sarda; recentemente si sta battendo, che io sappia, per la difesa e sopravvivenza del sardo nelle scuole, iniziativa davvero nobile e che secondo me meriterebbe davvero tanto appoggio. Grande testa dotata di altrettanto grande cultura dunque, non certo uno zoticone della risma intellettuale di un terrapiattista qualsiasi. Sulla base di cosa, però, afferma ciò che ha detto? 

La sua teoria si basa su i seguenti fatti:
  1. la creazione di un primo "Regno di Sardegna e Corsica" dopo che gli aragonesi conquistarono le prime terre nel 1324. 
  2. I Savoia ottennero la qualifica ufficiale di Re soltanto dopo l'annessione dell'isola ai loro domini, così furono riconosciuti come "Re di Sardegna" e diedero vita al "Regno di Sardegna"; ciò è avvenuto alla spartizione successiva alla fine della Guerra di successione spagnola, in seguito ai trattati di Londra e dell'Aia.
Stando a quanto detto da alcuni siti che sostengono l'argomento, citando come bibliografia lo stesso Cesare Casula, non vi sarebbero neppure documenti che comprovino che Torino fosse riconosciuta come capitale del Regno; inoltre il fatto che Torino fosse riconosciuta come capitale sarebbe dovuto nient'altro che ad una consuetudine, creatasi con l'abitare della corte sabauda in quest'ultima città invece che a Cagliari.

Si può essere d'accordo col fatto che si tenda ad ignorare la parte che giocò la Sardegna nella formazione del Regno d'Italia e che Cagliari stessa fu effettivamente capitale del Regno di Sardegna una volta che i Savoia furono costretti a sbarcare dalle nostre parti dopo essere stati sfrattati gentilmente da Napoleone Bonaparte e le sue truppe. Quindi si può tranquillamente affermare che Cagliari, per un certo periodo (1799-1815) fu la principale città dell'antenato del Regno d'Italia. Che fosse invece capitale del Regno di Sardegna dal 1720 al 1861 è una bazzecola. Perché?

Date una occhiata a questi documenti, presi dall'Archivio di Stato di Torino: questa è la carta topografica che collegava Torino ad Asti, datata al 24/06/1779, noterete che Torino stessa è definita Capitale, ciò prima della fuga dei Savoia in Sardegna; questo è invece un progetto di ripianificazione urbana di Torino del 1815, con i Savoia appena tornati a casa, anch'esso recante la dicitura di Capitale.
Concludo infine dicendo che il fatto stesso che, nei documenti del passaggio di status di capitale da Torino a Firenze, la prima sia riconosciuta come tale è la conferma di quanto io stesso scrivo dato che si tratta di documenti ufficiali

Scrivo tutto questo con assoluto rispetto nei confronti dello storico Casula e per quanto egli ha fatto e sta finora facendo.

Detto questo, vi invito tutti quanti a seguire la pagina dedicata a questo blog su instagram (https://www.instagram.com/illeggiadromondodimartino/)e su facebook (https://www.facebook.com/illeggiadromondodimartino/).

Ci si sente ;)

mercoledì 21 novembre 2018

Le statue di Monti Prama rimarranno a Cagliari: cosa ne penso.

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"Guarda, una cosa è certa, sul nuragico e quanto gli riguarda credo non scriverò più nulla, ormai non ho quasi più niente da dire, so quale sarà il prossimo articolo da scrivere per il blog e non sarà certo roba che riguardi l'archeologia nuragica, sarebbe una minestra riscaldata". Così dissi ad una mia amica durante la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico a Paestum, proprio il 17/11/2018, un'ora e mezza dopo che avevo fatto un mio intervento durante un convegno della Fondazione Paestum, due ora prima di leggere questa notizia: lo scippo dei giganti di Monte Prama, sulla Nuova Sardegna.
Come non detto.

L'articolo parla chiaro:
Cagliari non restituirà i giganti/eroi/kolossoi/chiamatelicomemincavoletechetantoèlostesso di Mont'e Prama al museo di Cabras. Un affronto non da poco insomma; lo stesso sindaco di Cabras, Andrea Abis, più tanti altri, non l'hanno presa affatto bene, e giustamente direi: stanno negando loro quello che è IL marchio identitario per eccellenza di Cabras, tale da aver soppiantato in tutto e per tutto Tharros, un motore non solo culturale ma anche economico per lo stesso paese in provincia di Oristano.
Perché tutto questo? Cosa li spinge a rifiutare la cessione delle statue al loro comune di provenienza? Esistono delle ragioni valide? Oppure si tratta di una carognata fatta apposta per ristabilire il primato di Cagliari capoluogo? Pur non essendo giornalista, cercherò di fare chiarezza su alcuni punti.

Primo: esiste un protocollo firmato nel 2011 che stabilirebbe un cabina di Regia tra Comune di Cabras, Regione e Soprintendenza di Cagliari per coordinare al meglio progetti di valorizzazione riguardo ai nostri cari giganti, cito un passaggio preso dal sito della Regione Sardegna:

 La Regione, la Soprintendenza e il Comune di Cabras, si impegnano inoltre a realizzare, di comune accordo e ciascuno nell’ambito delle proprie specifiche competenze, il progetto complessivo di valorizzazione del patrimonio di Mont’e Prama. Per quanto riguarda la sezione localizzata a Cabras, i firmatari si impegnano a favorire, per quanto di competenza, la progettazione, realizzazione e allestimento di una nuova sede museale espressamente dedicata al complesso archeologico di Mont’e Prama, adiacente e raccordata all’attuale Museo Civico oppure del tutto distinta da esso. La Regione, da parte sua, si impegna al sostegno finanziario del Comune di Cabras.

In sostanza: Cabras, all'interno del sistema museale creato in funzione delle stesse statue di Mont'e Prama, ha potere soltanto nella propria zona e non può fare nulla nel Cagliaritano (e Cagliari viceversa); la Regione Sardegna gli da i soldi solo per ampliare e gestire il museo, insieme all'area archeologica di Tharros. Tra i firmatari di questo accordo vi sono l'ex sindaco di Cabras, Cristiano Carrus (a quel tempo in carica).

Secondo: a Cagliari ci si arriva, a Cabras bisogna andarci: una volta atterrato ad Elmas o sbarcato al porto di Cagliari, è un attimo informarsi su dove si trovi il museo, fare il biglietto e prendere dei pullman che passano con una certa frequenza per vedere i giganti e tanti altri reperti; per Cabras il discorso si complica in quanto A) dista 106 km da Cagliari; B) tra treno ed Arst, per un turista, andare avanti e indietro per Oristano in modo da beccare le coincidenze per vedere i giganti a Cabras e ritornare a Cagliari, potrebbe essere piuttosto faticoso e snervante considerando la lentezza dei collegamenti ed il fatto che stazione Ferroviaria e quella dell'Arst, ad Oristano, le raggiungi in 15 minuti, per alcuni potrebbe essere una bazzecola, per altri, soprattutto per gli anziani e soprattutto in estate, con 35 gradi c° di temperatura, potrebbe essere una rottura di palle ed una fonte di disagio e problemi non indifferente (escludendo ovviamente il fatto di prenotare un B&B a Cabras o ad Oristano), aspetti che non ti invogliano di certo a fare tanto tragitto per vedere una cosa sola; C) tutte le statue, comprese quelle del museo di Cabras, cosa che non piacerà a moltissimi, sono legalmente proprietà del deposito del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari in quanto registrati nei suoi inventari, pertanto quelle che si trovano nel Museo Civico Giovanni Marongiu  sono in prestito; D) l'ampliamento di quest'ultimo non è ancora stato realizzato.

Terzo: nessuno sta portando via i giganti di Mont'e Prama dal museo di Cabras, semplicemente le cose rimangono come erano prima.

Ciò detto io penso questo: il Museo Nazionale di Cagliari è attualmente una buona di esposizione per i giganti, sia per la qualità delle esposizioni ivi presenti che per i servizi e la facile raggiungibilità del posto, pertanto l'alloggio di alcuni dei giganti all'interno dello stesso museo mi sembra, in attesa dell'ampliamento del museo di Cabras, una soluzione di certo non cattiva.

D'altra parte, negare a priori il rientro degli altri giganti a Cabras potrebbe portare a spiacevoli conseguenze quali: A) creare una esposizione tanto completa che, invece di invogliare il turista a vedere il resto a Cabras, rischi di appagarlo eccessivamente in modo che quest'ultimo arrivi a snobbare il museo civico del paese in questione; B) promuovere un modello di sviluppo ed attrazione culturale tutto incentrato su pochi poli, in questo caso Cagliari, lasciando poche briciole ai comuni e paesi da cui provengono i monumenti archeologici più rilevanti della Sardegna, precludendo dunque la possibilità ai paesi sardi di creare un'economia di turismo locale sostenibile.
Last but not least, le aree archeologiche di Tharros e Cabras, in concomitanza col museo (il biglietto è infatti unico), sono la meta archeologica e turistica più visitata di tutta la Sardegna, tale da doppiare il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, altra ragion per cui restituire le statue a chi di dovere non può che essere benefico nell'ottica dello sviluppo di un turismo locale sostenibile.

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Area archeologica di Tharros; queste e Mont'e Prama sono le mete archeologiche più ambite dai turisti che vengono in Sardegna (foto presa da vistanet).

Per rendere bene il concetto: è come prendere tutti i tesori archeologici più famosi e significativi rinvenuti a Paestum (tra cui la Tomba del Tuffatore, le metope dell'Heraion raffiguranti le fatiche di Eracle, le pitture parietali della dominazione lucana e tanti altri), metterli tutti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e lasciare giusto qualche vaso o reperto di poca importanza mediatica al Museo Archeologico Nazionale di Paestum. Sarebbe una cosa parecchio triste ed ingiusta.

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Tomba del tuffatore a Paestum, presente al museo nazionale di Capaccio. Per farvi capire di cosa sto parlando (foto presa da ildenaro.it).

Ecco perché l'idea migliore, a mio modesto parere, sarebbe quella di lasciare una piccola parte dei giganti a Cagliari, insieme agli altri monumenti e reperti archeologici correlati, in modo da poter invogliare il visitatore a vedere le restanti statue a Cabras e capire di più queste fantastiche raffigurazioni, sperando ovviamente che vengano migliorati i collegamenti tra i due comuni. A patto però che venga finalmente realizzato l'ampliamento del Museo Civico Giovanni Marongiu, diversamente non avrebbe senso riportare indietro delle statue ad un museo che non avrebbe, seppur momentaneamente, la capacità di gestirle, conservarle, promuoverle e salvaguardarle.

Va comunque detta una cosa importante: la stessa direttrice del Polo Museale della Sardegna, Giovanna Damiani, ha affermato in un'intervista che la situazione è fluida che continua ad arricchirsi di tasselli importanti, ovvero: il tutto può cambiare in vista di nuovi avvenimenti, eventi e scoperte archeologiche. 

Per chi fosse interessato, questa è l'intervista la direttrice del Polo Museale della Sardegna, Giovanna Damiani, sulla questione delle statue.

E voi cosa ne pensate? Che siate in accordo o in disaccordo, non fatevi problemi, commentate.


Ci si vede ;)

martedì 30 ottobre 2018

Tana di Lu Mazzoni e Oridda. Tombe dei giganti a tutti gli effetti?

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Nel mentre che gestivo la mia pagina Instagram dedicata a questo blog (questo è il link, per chi fosse interessato) e postavo una foto di Tana de Lu Mazzoni, mi è balzato un quesito forse oggettivamente risibile ma che mi ha dato da pensare per un bel po' di giorni, tanto da avermi ispirato a scrivere l'articolo che sto scrivendo ora.
Ma prima di dirvi cosa mi frulla nella testa, una descrizione di Tana di Lu Mazzoni.

Situata nel comune di Stintino (SS), è una tipologia di tomba davvero particolare: nasce come una domus de janas ed è scavata in mezzo ad un bancone di roccia calcarea; è dotata di anticella, vestibolo e tre celle disposte a croce partendo da quest'ultimo; viene riadoperata in epoca nuragica ed è in quel periodo che vengono aggiunte la stele centinata, che potete osservare nella foto sopra e che in passato doveva poggiare su un tumulo di cui non rimane più traccia, alcune pietre sparse ed altre sagomate ed usate come pavimentazione, le quali dovevano essere collegate ad un'esedra che seguiva a sua volta un'incurvatura artificiale fatta apposta dalle popolazioni nuragiche che l'hanno modificata. La tomba verrà utilizzata persino in epoca romana, riutilizzo testimoniato proprio da ossa e corredi appartenenti a quel periodo.

Descrizione e pianta della tomba di Tana di Lu Mazzoni, tratta dall'opera "Domus Nuragiche" di Editta Castaldi.

Si tratta di un caso davvero interessante di riutilizzo di strutture preesistenti, che al tempo avevano già il loro migliaio d'anni di storia sul groppone; la cosa davvero interessante è non è l'unico caso di riutilizzo di domus de janas in epoca nuragica: vi sono infatti altre domus riutilizzate in epoca nuragica che vengono chiamate tombe a prospetto architettonico o domus a prospetto architettonico. Si tratta sempre di domus de janas modificate e riutilizzate in epoca nuragica; si trovano tutte nel nord Sardegna occidentale ed hanno le seguenti caratteristiche:
  1. Possono essere completamente scavate nella roccia e non avere elementi di costruzione oppure essere in parte scavate ed integrate da altri elementi esterni come la copertura (tomba VIII della necropoli di Su Figu ad Ittiri (SS)) o addirittura la stele centinata (come la nostra cara Tana di Lu Mazzoni).
  2. Presentano modifiche all'esterno, come la facciata a forma di stele centinata e l'incurvatura che simulava l'esedra (non sempre presente), e molto spesso anche all'interno, come la trasformazione della cella in corridoio tombale.
Esistono varie tipologie di tombe a prospetto, tutte con forme e caratteristiche differenti.


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Tomba a prospetto di Molafà, Sassari.

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Tomba a prospetto di Campu Lontanu, Florinas (SS).

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Tomba a prospetto VIII della necropoli di Sa Figu, Ittiri (SS).

Andando poi a documentarmi sulle tombe a prospetto, mi è saltata all'occhio una tomba altrettanto particolare che presenta un impianto interno fortemente modificato: pietre appoggiate alle pareti interne, come a formare una vera e propria muratura, esedra, tumulo e stele. La sepoltura in questione è la tomba a prospetto di Oridda, Sennori (SS). Quest'ultima potrebbe essere benissimo scambiata per una vera e propria tomba dei giganti.

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Tomba a prospetto di Oridda, Sennori (SS).

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Interno della Tomba a prospetto di Oridda.

Fatta questa introduzione e premettendo che in questo articolo non si intende contrastare o sminuire il lavoro da parte degli studiosi che hanno scavato e studiato le tombe in questione, vorrei esporre un interrogativo su Tana di Lu Mazzoni e Oridda. Partiamo con la prima: è possibile definirla una tomba dei giganti a tutti gli effetti? Vi sono infatti alcuni elementi tipici della sepoltura megalitica in questione: una vera e propria stele centinata, a differenza di quelle tante riprodotte a rilievo nelle pareti rocciose, la presenza in passato di un tumulo e di elementi che farebbero pensare ad un'esedra vera e propria oltre che all'incurvatura artificiale della roccia per simulare quest'ultima. Va però tenuto di un elemento fondamentale, che può risolvere facilmente la questione: la presenza dell'impianto a celle tipico da domus de janas, risalente dunque al prenuragico, che rimane sostanzialmente intatto e non modificato dalle popolazioni nuragiche che ne hanno usufruito; pertanto la si potrebbe tranquillamente chiudere li.
Ma la tomba di Oridda?
Quest'ultima presenta, come scritto prima, un aspetto talmente modificato da farla sembrare una tomba dei giganti a tutti gli effetti, soprattutto per quanto concerne la parte interna. È quindi possibile considerarla come una tomba dei giganti a tutti gli effetti, pur comunque tenendo conto del fatto che nasce come domus de janas?

Prima di concludere voglio chiarire che questo articolo non nasce come polemica nei confronti di una catalogazione fatta in base a determinati criteri da parte di persone che hanno speso tempo, fatica ed energie per studiare queste tombe così affascinanti ma come un interrogativo che io stesso mi pongo sulla reale possibilità di annoverare Tana di Lu Mazzoni e Oridda nelle tombe dei giganti; il sottoscritto, inoltre, non si pone alcun tipo di problema ad annoverarle tra la categoria delle tombe a prospetto.

Per chi fosse interessato all'argomento delle tombe a prospetto, linko quest'articolo molto più completo e dettagliato che non questo piccolo interrogativo che mi sono posto.

Spero che l'articolo vi sia piaciuto, se avete qualche perplessità o contrarietà, non fatevi problemi, commentate.
Ci si sente ;)

mercoledì 17 ottobre 2018

I nuraghi misti: un'ipotesi sulla loro creazione.

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E dopo tanto tempo (2 mesi), tante vicissitudini (grazie al team Google) che ho comunque deciso di lasciar perdere, momenti di smarrimento mentale, riflessioni, si ricomincia a parlare di archeologia vera e propria su questo blog.
E non si può che riiniziare da i nostri cari, vecchi nuraghi, in particolar modo dalla prima e dall' ultima tipologia: i protonuraghi, detti pure nuraghi a corridoio, ed i nuraghi complessi, detti anche polilobati.

Dal punto di vista estetico queste due tipologie di nuraghi non possono essere più diverse: la prima ha una muratura generalmente più rozza, senza una forma predefinita, meno imponente, poco slanciata e senza una disposizione standardizzata degli interni; la seconda è più complessa, imponente, generalmente dotata di una muratura più raffinata, più svettante, contraddistinta dalla presenza di varie torri con camere dotate di volta a tholos e da una disposizione più ordinata degli ambienti interni.

È fuor dubbio che chiunque (o quasi) troverebbe molto più bello, affascinante e suggestivo visitare nuraghi come Su Nuraxi di Barumini (Sud Sardegna), Santu Antine di Torralba (SS), Arrubbiu di Orroli (Sud Sardegna) o Losa di Abbasanta (OR) che non un Brunku Madugui di Gesturi (Sud Sardegna) o un Talei di Sorgono (NU).

Quello che però va ricordato è che i protonuraghi hanno assunto, per una manciata di secoli, quello stesso ruolo che avrebbero rivestito i nuraghi complessi: una struttura di rappresentanza dei gruppi di potere che abitavano gli insediamenti a cui era correlato il nuraghe stesso. In questo mio articolo avevo spiegato ed ipotizzato cosa portasse la costruzione dei nuraghi ed avevo ipotizzato delle funzioni molto simili tra i primi ed i secondi.

Quello che molti non sanno è che alcuni nuraghi a corridoio sono stati trasformati in nuraghi polilobati dai gruppi di potere che risiedevano al suo interno e dalla popolazione che abitava l'insediamento correlato; vi menziono due di queste strutture: Majori di Tempio Pausania (SS) e Su Mulinu di Villnovafranca (Sud Sardegna).
In questo articolo cercherò di ipotizzare l'evoluzione dei nuraghi a corridoio in nuraghi complessi ed ipotizzare il perché di questa evoluzione. Nel farlo citerò brevemente proprio quelli sopramenzionati essendo i più conosciuti e studiati (soprattutto Su Mulinu, dove ho pure scavato); tali strutture vengono chiamate nuraghi misti (definizione non mia ma coniata appositamente da Giovanni Ugas).

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Nuraghe Su Mulinu di Villnovafranca, il più famoso e conosciuto dei nuraghi misti.

Il nuraghe Su Mulinu presenta la costruzione protonuragica inglobata in un antemurale collegato a sua volta in un sistema di torri di più recente costruzione, delle quali la più alta ed imponente doveva svolgere verosimilmente la funzione di mastio (torre centrale); le ultime strutture importanti come la capanna con l'altarino al centro, appartenenti al Bronzo finale ed al Primo Ferro, vengono integrate nel resto degli elementi facenti parte del Bronzo medio e recente; il tutto viene costruito nel rispetto della struttura originaria a corridoio, in quanto non si presentano grossi stravolgimenti al suo interno.
Last but not least, all'interno dell'originaria struttura del Bronzo medio, più precisamente la camera ellitica, è stato rinvenuto il bellissimo altare che ricorda il nuraghe stesso nella sua forma.

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Altare nuragico all'interno della struttura originaria del protonuraghe di Villanovafranca.

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Nuraghe Majori di Tempio Pausania.

Il nuraghe Majori invece presenta l'assetto originario completamente rivoluzionato: pur mantenendo la pianta irregolare originaria ed un corridoio che lo taglia orizzontalmente, al suo interno è presente una camera con volta a tholos; ciò era probabilmente dovuto alla maggiore durezza della pietra usata per costruirlo, il granito, che non permetteva un espansione della struttura in tempi ragionevoli; a completare il quadro vi è la presenza di un cortile.


Fatte queste brevi descrizioni, ora ci si chiede: perché alcuni protonuraghi diventano nuraghi misti ed altri rimangono tali e quali?


Teniamo conto di questo fatto, dal Bronzo medio a quello recente passano circa 350-400 anni: in tale arco di tempo, dai primi e meno numerosi insediamenti nuragici, vi è stato un surplus di popolazione che ha portato la fondazione capillare di moltissimi abitati e nuraghi monotorri appartenenti a periodi successivi.; con la creazione di nuovi insediamenti si formano anche nuovi gruppi di potere che possono sviluppare un'influenza minore o maggiore rispetto a quelli vecchi, in quest'ultimo caso si ha l'edificazione dei nuraghi complessi.

Vi sono però i casi in cui in un protonuraghe persistono dei vecchi gruppi di potere che dispongono ancora di grande influenza nell'area circostante e per manifestarla al meglio che cosa si fa? Ci si "adegua" ai nuovi tempi: si espande il proprio nuraghe, gli si aggiungono nuovi elementi come torri, bastioni e cortili e/o ne si rivoluziona la struttura interna. Ed il nostro vecchio protonuraghe diventa un più moderno polilobato.

In sostanza, almeno secondo il mio parere, il motivo che ha portato la formazione dei nuraghi misti è la permanenza di gruppi di potere che hanno mantenuto la loro influenza all'interno di un antico insediamento nuragico del Bronzo medio e nel sistema di insediamenti nuragici e nuraghi presenti delle vicinanze di questo. Ma questa è solo un'ipotesi.


E voi cosa ne pensate? Se avete dei dubbi, non siete d'accordo o vorreste semplicemente approfondire la cosa, non fatevi problemi, commentate.

Al prossimo articolo ;)

martedì 2 ottobre 2018

Archeogaming: Total War Rome 2, le generalesse e chi si scopre difensore dell'accuratezza storica.



Come è stata questa estate signori e signore? La mia abbastanza piovosa, con alcuni impegni, alcune piccole soddisfazioni (che conto di trasportare in questo blog) e una marea di distrazioni (Diablo 2 per la precisione) ed imprevisti che mi hanno impedito di concentrarmi a dovere per questo blog (uno su tutti, AdSense che non parte e non partirà mai, e vabbè) pertanto questo piccolo blog ha avuto la sua vacanza, così come il cervello del suo creatore e scrittore.

Ed è pertanto che oggi si riprende con un argomento in cui l'archeologia e la veridicità storica non sono il soggetto ma bensì l'oggetto... di una crociata intrapresa da una sfilza di videogiocatori incazzati come cinghiali per una modifica fatta ad uno dei loro giochi preferiti, Total War: Rome 2, un videogioco strategico con gestione logistica e manageriale a turni e battaglie in tempo reale, seguito del primo, bellissimo, Rome Total War.
Cosa hanno fatto i creatori per farli imbestialire così tanto? Hanno messo strani bug e virus durante l'ultima versione del gioco? Hanno introdotto un sistema di loot che da un bonus a caso per le tue armate dietro pagamento in carta di credito? Hanno aumentato o diminuito il livello di difficoltà rendendo il tutto non più giocabile e divertente come un tempo? Nulla di tutto questo; e allora cosa hanno fatto? Semplice. Hanno introdotto le generalesse. Mi spiego meglio: hanno introdotto delle donne con funzioni di generali per le armate da comandare.

Per farvi capire la portata dell'arrabbiatura, le recensioni del gioco erano passate su varie piattaforme, Steam in primis, da 9/10 a 7/10. E quale stata l'argomentazione di questa reazione così veemente? Sacrificare l'autenticità storica a favore del politicamente corretto in modo da non essere tacciati di sessismo e maschilismo. In sostanza: la si sta buttando sulla politica. Meno male che noi italiani non siamo soli.
La reazione del team di sviluppo non si è fatta attendere ed hanno detto che Total War Rome 2 è storicamente autentico, non storicamente accurato; tradotto: è ambientato in un periodo storico dell'antichità ma non tutto quello che trovate è davvero esistito in tal periodo. Inutile dirlo, una spiegazione che non ha placato l'ira dei fan della serie e dei videogiocatori. Ma chi ha ragione?

Iniziamo con il fare una precisazione, tre tra le fazioni giocabili non avranno le generalesse: i romani, i greci ed i cartaginesi; il regno di Kush, a sud di quello d'Egitto, avrà il 50% di possibilità averle e tutte le altre fazioni il 10-15%.

Ciò detto, cosa pensare di questa polemica? Parlando come archeologo e come amante della veridicità storica non posso che essere perplesso da questa trovata anche se va detto che la storia antica comprende alcune regine che hanno governato regni e condotto eserciti in guerra: la regina d'Egitto Nefertiti viene raffigurata in un rilievo dove abbatte gli eserciti nemici; Boadicea, regina degli Iceni, popolazione di celti britannici, ha guidato una ribellione contro lo strapotere dell'Impero Romano nelle sue terre; Artemisia, moglie di un satrapo dell'Impero Persiano, prese parte alla battaglie navali di Salamina e Capo Artemisio contro i greci (con questi ultimi, in particolare gli ateniesi, che misero una taglia sulla sua testa dato che non sopportavano l'idea di una donna che muovesse guerra a loro); infine Zenobia, regina del Regno di Palmira, governò e rese le sue terre indipendenti dall'Impero Romano fino al giorno della sua sconfitta.

Rilievo in cui la regina Nefertiti sconfigge e spazza via i nemici, Museum of Fine Arts, Boston, USA.

Zenobia obversee.png
Moneta raffigurante la regina Zenobia del Regno di Palmira.

Eppure la percentuale è così irrisoria rispetto a tutti i regnanti e generali maschi che sarebbe giusto considerarle delle eccezioni che confermerebbero la regola. Per il regno di Kush, storicamente esistito, che nel gioco ha la più alta percentuale di generalesse, non posso parlare dato che sono troppo ignorante sulla sua storia per poter affermare quanto ho appena scritto. In linea generale sarei pertanto d'accordo con chi questa trovata non la digerisce. Sarei...ma non lo sono! Perché? Vi elenco i motivi:
  1. Il primo Rome Total War, per quanto bellissimo come gioco strategico, era una vera e propria porcheria dal punto di vista dell'autenticità storica: zeppo di unità anacronistiche (gli egizi in particolare non vanno visti) o puramente inventate, alcune di queste talmente assurde ed improponibili che sembrano uscite dal manga Berserk o da qualche puntata di Ken il Guerriero. Sono successe per caso delle rivolte su internet in nome della veridicità storica? No. Ok che si trattava di un periodo diverso in cui non esistevano i social network ma va da se che vi era comunque la possibilità di far circolare la propria voce su internet tramite appositi forum ed in questi ultimi non mi ricordo di aver sentito lamentele di questo genere, perlomeno di queste dimensioni.
  2. Total War: Rome 2, per quanto storicamente molto più accurato, presenta alcune incongruenze anacronistiche come la fanteria del regno d'Egitto che usa sia unità armate alla greca che unità abbigliate all'egiziana antica (come nel primo Rome Total War) oppure di falangi di tipo macedone presenti tra gli spartani, soprattutto gli spartiati(!) ed altre ancora, sbagli notevoli seppur lontane dalle trovate kitsch del primo capitolo della serie. Chi si è imbestialito in nome della veridicità storica? Nessuno.
Da qui è facile capire che la molla di questa rivolta non è un vero amore per il realismo storico ma una visione delle cose estremamente politicizzata (in particolar modo dall'estrema destra o da quella alternativa) che vede in tutto questo un tentativo di imporre il politicamente corretto in tanti ambiti dei media, compreso quello dei videogiochi.

Ciò detto, non nego che la scelta da parte del team di sviluppo del gioco possa (POSSA, non ne ho la certezza) essere stata dettata da scelte politiche sul taglio del "politically-correct", così come ci sia della gente che giudichi stucchevole la scelta delle generalesse in base a criteri di reale veridicità storica; tutto questo rimane comunque schiacciato da un unico grosso fatto: la matrice di questa protesta è puramente politica.

A tutte queste persone che si lamentano della scelta di piazzare donne come generali degli eserciti posso dire solo questo: è un gioco, giudicatelo per il divertimento che vi procura ed incazzatevi per altre cose come bug o glitch, non per queste bazzecole che lasciano il tempo che trovano.

Se siete d'accordo o meno con quanto scritto o se volete comunque dire la vostra, non fatevi problemi, commentate. E nel prossimo articolo si riparla di questioni archeologiche vere e proprie. Ci si sente ;)