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giovedì 3 maggio 2018

Il DNA europeo e quello sardo: Intervista a professor Paolo Francalacci

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Prima di tutto chiedo scusa a quei pochi (o molti) che seguono questo blog per la mia inattività su questa piattaforma da almeno 10 giorni in quanto preso da studi per un meeting a Barcellona ed un lavoretto stagionale che mi serve per portare a casa qualche soldino; ammetto che in mezzo c'è stato pure del cazzeggio ma da quest'ultimo c'è pure una lettura che conto di portare quanto prima su questo blog (se non sono troppo bradipo, alquanto cronica nel mio caso).

Detto questo cominciamo a dire chi è professor Francalacci: professore associato all'Università di Sassari, presenzia al reparto di Scienze Biomediche, e genetista di fama internazionale (anadate su https://uniss.academia.edu/PaoloFrancalacci per capire un pezzo della mole del suo lavoro), tanto da esser comparso in una puntata di Discovery channel in merito alle migrazioni dei popoli delle steppe dell'Europa dell'est fino alla Cina e di aver scritto un articolo per National Geographic sul DNA sardo (http://www.nationalgeographic.it/scienza/2013/08/02/news/le_origini_dell_uomo_europeo_e_non_solo_scritte_nel_dna_dei_sardi-1766551/). L'intervista verterà proprio sulla genetica europea e sarda.

Ho incontrato professor Francalacci per puro caso al Museo della Tonnara di Stintino (https://illeggiadromondodimartino.blogspot.it/2018/04/museo-della-tonnara-di-stintino.html) in un convegno sulla genetica e la cultura musicale europea, da li ho avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con lui in merito alla genetica sarda e da dove avesse origine; da qui la richiesta di poterlo intervistare per conto di questo blog. Richiesta accettata immediatamente e svoltasi nei giorni a seguire.
Detto questo, passiamo subito all'intervista.

Io: professor Francalacci, se non ricordo male la storia dell'Europa incomincia già con le prime migrazioni dal continente africano, quella dell' Homo erectus e poi dell'Homo sapiens...
F: certo, ma sono due migrazioni diverse, la prima è quella dell'Homo erectus che giungerà in Europa 800.000 anni fa e che darà origine all'Homo neanderthalensis (uomo di neanderthal), la seconda, 80-70.000 anni fa, è quella dell'Homo sapiens che darà origine a noi; ora va per la maggiore la teoria che ci sia stata ibridazione tra Homo neanderthalensis sapiens, io sono un pochettino più scettico visto che non si vedono tracce di ibridazione grazie al cromosoma Y e mitocondriale ma è possibile che quelle linee si siano estinte.
Io: mh, ho capito.
F: è possibile inoltre che le migrazioni del sapiens in Europa non vengano solo dall'Africa ma anche dall'Asia occidentale ed in parte anche dalla Siberia, ci sono infatti delle linee che ci accomunano con gli indiani d'america.
Io: ah! Sapevo di una somiglianza somatica e genetica tra nativi americani e popolazioni native della Siberia e dell'Asia ma non pensavo ad una benché minima somiglianza con noi europei. 
F: certamente! Abbiamo una migrazione di queste popolazioni da nord-est nel continente europeo; questo porta ad avere alcune linee Y e mitocondriali delle popolazioni europee imparentate con i nativi siberiani e le prime popolazioni delle americhe che migrarono dalla Siberia 15.000 anni fa. Abbiamo quindi più flussi ed in periodi diversi.

Io: mmm.. perfetto. Da dove nasce l'esigenza di una mappatura genetica delle popolazioni europee?
F: ci possono essere tanti scopi: medico-legale, riconoscimento, applicazioni mediche per alcune patologie del DNA mitocondriale riconosciute in alcuni aplogruppi che noi abbiamo identificato per scopi puramente popolazionistici.
Io: e dal punto di vista culturale?
F: in un momento in cui si torna a parlare di razze, è importante capire come funziona la variabilità genetica perché noi non siamo un'entità isolata ma un mosaico di tante storie e popolazioni; uno che potremmo definire di “razza” bianca potrebbe benissimo avere delle varianti genetiche dell'Africa o del Giappone, quindi porterebbe dentro di se la storia di tantissime popolazioni. Per risalire a quelle lontane parentele, studiando il cromosoma Y potrei scoprire, tanto per fare un esempio, una variante scandinava di 1000 anni fa e quindi avere avuto un lontano parente di quelle zone; questo, però, non significherebbe certo che allora io sono un vichingo, io sono italiano prima di tutto ed identificarsi in quel cromosoma, che è una piccola parte del mio genoma, non avrebbe molto senso, però racconterebbe una storia, cioè che un mio parente sarebbe venuto qui e avrebbe sposato una donna del posto, come poi tutti i suoi discendenti.
Io: ecco, parlando di parentele antiche ed antichi genomi, si può dire quel'è l'antenato più vicino di tutte le popolazioni europee? Che so... spagnoli, francesi, tedeschi, inglesi, portoghesi, italiani, greci...
F: non si può parlare di un unico antenato ma di un numero relativamente piccolo di antenati; va tenuto conto infatti che in europa non entra un unico gruppo ma più ondate migratorie avvenute in periodi differenti nel Paleolitico superiore (40-18.000 anni fa), nel Mesolitico o nel Neolitico.
Io: le più antiche?
F: non prima di 40.000 anni. Il punto è che le più antiche parentele in assoluto, che accomunano tutte le ondate migratorie, vengono da fuori Europa, dall'Asia occidentale fino all'Africa. Da quelle zone, in diversi periodi, arrivano le ondate migratorie che hanno creato le popolazioni europee. Oetzi ad esempio, che si è scoperto che avesse una parentela coi sardi, portava con se una linea genetica, un aplotipo, proveniente dal Caucaso. Come mai è finito nel Tirolo? Probabilmente faceva parte di una popolazione facente parte di una popolazione neolitica proveniente da quella zona che aveva seguito la linea danubiana di terra ed'era scesa giù dal Brennero; intanto lui è morto lì e la sua discendenza è giunta fino in Sardegna ed in Italia centrale, recentissimamente è stata ritrovato parte del suo gruppo genetico a Volterra.
Io: quindi la questione è che Oetzi non è discendente dei sardi ma siamo noi che, in parte, discendiamo dai suoi antenati, giusto?
F: Esattamente è il fatto che, come le ho già detto, parte del suo gruppo genetico sia stato ritrovato a Volterra che è una tappa del viaggio del suo aplotipo fino alla Sardegna.

Io: molto bene, parlando di genomi, aplotipi e popolazioni che si sono susseguite in Europa nel corso del tempo, qual'è la popolazione europea che è stata più refrattaria al rimescolamento genetico nel corso del tempo? Intendo dire quella che ha mantenuto il proprio patrimonio genetico il più fedele possibile ai suoi più antichi antenati.
F: intanto ci sono due motivi per cui una popolazione si mantenga isolata da questo punto di vista, A) motivo culturale, B) motivo geografico. Culturalmente i più isolati sono i Baschi anche se geograficamente non sono poi così isolati; geograficamente parlando invece abbiamo la Sardegna come regione più isolata dall'Europa, molto più della Corsica che rientra, a livello genetico, nell'ambito dell'Italia centrale. Perché questo? Inizialmente la Corsica doveva avere una struttura genetica simile a quella della Sardegna, conta che le popolazioni che abitarono quest'ultima dovevano essere passate necessariamente dalla prima in quanto durante il periodo glaciale le due isole erano unite; poi però succedono, nel corso del tempo, una serie di avvenimenti, pestilenze, guerre, invasioni e ripopolamenti che hanno ridotto l'elemento autoctone nelle due isole; la differenza sta nel fatto che i sardi, essendo più numerosi e risiedendo in un isola più isolata, grande e facilmente abitabile, riuscirono pur sempre a mantenersi sopra i livelli di guardia e quindi conservarono meglio il loro patrimonio genetico originario; i corsi invece, per i motivi contrari a quelli riportati sopra, vengono decimati e successivamente rimescolati alle popolazioni ligure e toscane che si susseguono sulla loro isola nel tempo, un esempio ne è nella loro lingua.
Io: ed il loro patrimonio genetico da dove proviene? Mi spiego: con chi erano imparentati, per la maggiore, i sardi preistorici? 
F: coi baschi. Le prime popolazioni provenivano dalla medesima aree in cui risiedono tutt'ora le popolazioni basche, tenendo  conto che non esisteva il concetto di basco, e si insediarono in Sardegna a partire dal Mesolitico; nel Neolitico abbiamo l'esplosione di queste popolazioni, vale a dire che le stesse che erano giunte millenni fa iniziano a riprodursi e ad espandersi all'interno dell'isola popolandola quindi in vari punti. Vi sono inoltre parentele coi baschi anche dal punto di vista linguistico: un mio amico scomparso anni fa, Eduardo Blasco-Ferrer, ed uno studioso dei Paesi Baschi, Juan Martin Elexpuru Arregi hanno fatto degli studi in cui sono presenti delle similitudini tra i toponimi di molti comuni sardi e baschi, ti faccio dare una occhiata in questa cartina.

(da qui si prende visione di una mappa della zona dei Paesi Baschi in cui sono presenti tutti i nomi dei comuni presenti al suo interno e della similitudini di questi con i toponimi dei paesi nostrani).

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Una delle TANTE similitudini tra i toponimi baschi e quelli sardi.

Io: davvero molto interessante. Da quello che ho capito, se noi discendiamo dai baschi...
F: attenzione! Anche qui bisogna ricordarci che si tratta di una componente, ogni popolo ha le sue componenti: non esiste il sardo originario ma esiste una parta più antica e predominante che giunge nel Mesolitico dall'area iberica; poi però ci sono i flussi del Neolitico, come quello di Oetzi dal Caucaso. I sardi sono quindi anch'essi il risultato di diversi flussi migratori.
Io: ho capito; è possibile ricostruire la provenienza di questi flussi?
F: si, analizzando il loro corredo genetico. Prendiamo il marcatore M26, quello basco, facente parte dell'aplogruppo I: è presente in media nel 40% della popolazione sarda, 45% nella polazione ogliastrina, un po' meno in quella gallurese, circa il 30%; al di fuori della Sardegna è più presente nei Paesi Baschi.
Io: aspetti un secondo, non ho chiara una cosa: cosa sono marcatori ed aplogruppi?
F: il marcatore è una mutazione genetica all’interno del cromosoma, l'aplogruppo è la famiglia che riunisce i vari corredi genetici dotati di un marcatore in comune.
Io: perfetto! Però mi sorge un dubbio, come si fa a stabilire l'antichità di un genoma?
F: la risposta è nella stessa struttura del DNA. Mi spiego: ognuno di questi ha tutta una serie di ramificazioni in cui si trovano i marcatori genetici, ogni ramificazione rappresenta una linea cronologica. Se io ho due ramificazioni che derivano da un unico antenato, identificato da un certo marcatore in comune, mi basta contare quanti marcatori derivati osservo nelle due linee e, se conosco il tasso di mutazione (ovvero il tempo medio in anni in cui insorgono nuovi marcatori), posso moltiplicare per questo fattore e risalire all’età in cui è vissuto l’antenato comune.
Io: quindi le ramificazioni stesse presenti nei genomi, a seconda della loro posizione, indicano l'antichità dei loro marcatori, giusto?
F: esatto!
Io: molto bene, ora passiamo a questi flussi migratori che hanno interessato la Sardegna: uno è quello basco e un altro è quello caucasico, e gli altri flussi da dove arrivano?
F: beh, quella proveniente dal Medio Oriente, zona della mezzaluna fertile, sempre in periodo Neolitico, riveste circa il 30% del corredo genetico paleosardo, i loro aplogruppi principali sono J e E.
Io: bene, e quella caucasica che percentuale riveste?
F: circa il 10%, aplogruppo G. Altre due componenti importanti sono R1a, che forse viene dall'Europa orientale e che probabilmente ha portato nel nostro continente le lingue indoeuropee, e  R1b, Europa occidentale.
Io: molto bene, abbiamo quindi un quadro completo del comparto genetico sardo in epoca neolitica. E per quanto riguarda l'età del Rame?
F: in quel periodo, a livello generale, non ci sono grosse variazioni, abbiamo sempre un'espansione del corredo genetico del  Neolitico. Per capire le singole differenze rispetto a quest'ultimo periodo bisogna analizzare i sottogruppi e le loro variazioni nelle singole zone. Per la Sardegna sono stati analizzati 1200 cromosomi Y, un numero elevatissimo contando che la media di coperture da effettuare sono 100. E le analisi dei cromosomi costano parecchio anche se i prezzi ultimamente stanno calando da 5000 o meno di 1000 euro, ma si tratta comunque di un costo rilevante.
Io: eh cavolo, si! Lei in sostanza sostiene che non vi sono delle variazioni notevoli durante l'età del Rame, però mi vengono in mente delle novità come i villaggi fortificati di cultura Monte Claro che stanno in cima a delle colline, una cosa mai vista in Sardegna, .
F: certamente ma non vuol dire per forza che ci sia stata un'invasione, è possibile che ci fossero dei piccoli gruppi che si fossero acculturati per conto loro ed avessero imparato a fare questo per conto proprio grazie ad un processo di acculturazione.
Io: perfetto, perfetto. Cosa mi sa dire, invece, del DNA sardo di epoca nuragica? Mi riferisco ad un periodo dall'età del Bronzo all'età del Ferro.
F: Si tratta sempre, a parer mio di un'evoluzione interna: la struttura genetica rimane grossomodo la stessa del Neolitico, si ha quindi una espansione del corredo genetico risalente quell'epoca. Conta che le analisi del DNA antico non sono mai una cosa semplice in quanto hai a che fare con delle parti del corpo umano che possono degradarsi; in questo momento però ci sono delle novità: uno scienziato, Ron Pinhasi, Università di Dublino, ha trovato il modo di estrarre il DNA umano dalla parte più dura del corpo umano, la rocca petrosa, li il genoma è meglio conservato e resiste di più al degrado da parte degli agenti chimici e biologici.
Io: interessante, e per quanto riguarda i genomi in epoca punica e romana?
F: In questo momento collaboro con un collega che analizzerà almeno 1000 genomi antichi che vanno dal medioevo fino alla preistoria, la speranza è che lo stato finanzi questa ricerca, in questo modo potrei sapere qualcosa di più anche su questi periodi.
Io: mmm capito. In sostanza si può parlare di una evoluzione interni del genoma Neolitico fino a quando non arrivano cartaginesi e romani?
F: si. ma le ripeto che conto di fare degli studi approfonditi grazie a questo progetto.


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I punti del Cranio in cui si trova la rocca petrosa.

Io: perfetto, un'ultima domanda: di questi tempi di crisi economica, sociale e culturale la gente dice "perché dobbiamo destinare i soldi a queste cose? Pensiamo agli italiani che non hanno più un lavoro o non arrivano alla fine del mese". Che cosa risponde a tutte queste affermazioni?
F: io difendo questa ricerca non solo in quanto tale ma anche perché come le avevo detto prima ha una sua valenza anche in abito medico. E il tipo di ricerca che faccio io, quella universitaria, è libera. Stiamo assistendo a dei tagli del 20% in tutte le ricerche pubbliche. Ed è questo il motivo per cui c'è la fuga dei cervelli. La nostra ricerca, a livello globale, è settima; se però consideriamo i prodotti di ricerca e li rapportiamo ai fondi erogati, l'italia supera USA e Germania e se la batte con Canada e Gran Bretagna.
Io: ah, però!
F: esistono inoltre delle compagnie private negli Stati Uniti che stanno guadagnando molti soldi grazie alla cosiddetta Genetic Genealogyuna disciplina che va per la maggiore. Le spiego: se una persona vuole conoscere la propria ascendenza ed i propri antenati e manda il proprio DNA a queste compagnie che lo analizzano e le inviano il referto, così scopre quante “storie” scorrono nel suo corredo genetico. Poi uno dice lo stesso "ma uno non ci mangia nulla nel sapere che i sardi sono imparentati con i baschi" ed io rispondo che non è vero, basta vedere l'esempio che le ho fatto; se si investe ricerca pure la ricaduta economica prima o poi arriva, solo che alla corta distanza non lo vedono e non te lo finanziano.

Questa era l'intervista a professor Francalacci, che ringrazio sentitamente per la disponibilità e  l'intervista concessami; è stato un vero piacere poter parlare e dialogare con lui, così come porgli le domande che mi sono venute in mente.
E voi che opinione vi siete fatti? Se volete dirmelo non fatevi problemi, commentate!

Ci si vede ;)

martedì 27 febbraio 2018

I sardi nuragici dell'interno in età Cartaginese: in che stato erano?

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Sui sardi nuragici si è detto praticamente di tutto e di più sulla loro distribuzione, su come si rapportavano con le altre popolazioni, fenici in primis, sui loro commerci, sulla loro cultura materiale ed etcetera etcetera. Con l'arrivo dei cartaginesi si è formata una prima netta divisione nella nostra isola: da una parte una comunità sardo-punica, residente soprattutto nella zona costiera o comunque in prossimità delle coste, che si era ben integrata con i conquistatori; un esempio è il tempio di Syd Babay/Sardus Pater: Sabatino Moscati parla di influenze puniche nella stessa struttura e Piero Bartoloni parla addirittura di ricostruzione punica del V sec. a.C. di un santuario nuragico.
Dall'altra una zona popolata da genti che rimangono fedeli alla loro cultura all'interno dei loro insediamenti, seppur in essi siano stati trovati materiali cartaginesi.

E proprio di questi che voglio parlare.

Prima però, cominciamo con l'ubicazione dei siti cartaginesi: oltre alle ben note città costiere di Karalis, Sulky, Tharros, Neapolis, Bithia, Othoca, Bosa, Sulci Tirrena (Tortolì, NU), Olbia e Posada (OT), abbiamo anche insediamenti stabili meno conosciuti situati nell'entroterra sardo, quali ad esempio una fortezza a Mulartza Noa in pieno Marghine, la necropoli a Villamar (Sud Sardegna) e quella di Brunku 'e Battalla a Sanluri (Sud Sardegna), i resti di un fortino sotto il castello di Medusa a Lotzorai (NU) ed alcuni resti di quella che è stata definita un'acropoli sulla vetta della collina di Sentu Teru e vicino alla necropoli di Monte Luna in Trexenta. Come mai la loro presenza nell'entroterra?



Museo archeologico di Senorbì, rinvenimenti della necropoli punica di Monte Luna.

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Castello di Medusa a Lotzorai, ai suoi piedi doveva sorgere un forte di età punica.

Il motivo principale sembrerebbe, per quel che concerne Mulartza Noa e la fortezza sotto il castello di Medusa, quello di un maggior controllo del territorio e di una difesa di esso da delle eventuali scorrerie da parte delle popolazioni rimaste ancora indipendenti; nel caso di Olbia, Posada di un controllo dei flussi provenienti dalla penisola italiana (le loro fondazioni risalirebbero al IV sec. a.C., quando è stato stipulato un secondo trattato con Roma); per quanto riguarda infine gli abitati dell'entroterra, è possibile che fossero sorti sempre con la funzione di  controllo avendo comunque la possibilità di approfittare della fertilità delle terre dell'entroterra.

Tuttavia, un lavoro di ricognizione archeologica effettuato da Andrea Roppa ha confermato l’assenza sul territorio di apparati e strutture coloniali “funzionali” allo sfruttamento sistematico delle risorse, motivo per cui sarebbe da scartare l'immagine di un popolo dell'entroterra costretto a sgobbare nei campi sotto lo sguardo di qualche schiavista con la faccia da galera armato di frusta che ordina loro di coltivare il grano da dare alle città sardo-puniche delle coste.

E ora passiamo ai sardi dell'interno. Come se la passavano? Stando ai rinvenimenti, sembra che la vita nei villaggi nuragici prosegua lo stesso seppur con alcune novità come 



  1. La presenza di manufatti punici all'interno di essi come ai nuraghi Su Mulinu di Villanovafranca, Sant'Imbenia di Alghero, Diana di Quartu Sant'Elena ed altri ancora (ce ne sono così tanti che non è manco il caso enumerarli tutti).
  2. L'aggiunta di alcuni abitati a pianta rettangolare, come nel caso di Su Nuraxi a Barumini.
  3. Lo stravolgimento della funzione di alcuni nuraghi, come il nuraghe Lugherras convertito come tempio dedicato alla dea Kore, con tanto di lucerne e bruciaprofumi in ceramica rinvenute a pacchi.


Risultati immagini per nuraghe lugherrasNuraghe Lugherras, chiamato così per l'altissimo numero di fiaccole ritrovate dentro di esso (lugherras, in sardo, vuol dire lucerne).


Da segnalare infine alcuni casi di rioccupazione come nel sito nuragico si Su Cungiau 'e Funtà, rimasto inabitato dopo un incendio avvenuto nell'età del Ferro e poi abitato di nuovo in periodo punico.

Quindi abbiamo una comunità che non se ne sta isolata per conto proprio ma che ha comunque dei contatti non bellicosi con i conquistatori venuti dalla Libia e che attraverso questi apporta delle soluzioni all'interno dei propri villaggi per adattarsi ai nuovi tempi senza però perdere del tutto la loro identità.

Ed ora un altra domanda. Erano tutti quanti sotto il dominio di Cartagine? La questione si fa interessante.

Polibio infatti ci parla di due trattati tra Roma e Cartagine, uno nel 509 a.C. e l'altro nel 348 a.C. in cui si ribadiva la proprietà dei cartaginesi sulla Sardegna e che i romani non dovevano metterci piede se non per casi di fortuna come tempeste, rifornimenti e qualunque altra sfiga potesse capitare in mare per un periodo massimo, però, di 5 giorni. A sentirla così parrebbe un dominio completo sull'isola, ma sarà veramente così? A vedere le modalità di insediamento dei cartaginesi, è netta una predilezione delle zone coltivabili e dedite all'agricoltura, come la pianura del Campidano o gli hinterland pianeggianti delle zone costiere, come potevano essere quelli del Sulcis o della Baronia.

Però qualcosa non quadra. Come mai, fino alla fine del periodo punico, non sono state rinvenute città costiere cartaginesi in tutta la zona costiera di Porto Conte e della Nurra? Come mai l'area di Sant'Imbenia resta abitata fino al I sec. a.C.? Perché non cacciare via gli abitanti e buttare giù il nuraghe per fare un insediamento nuovo di zecca su una posizione vantaggiosa? Oppure perché non fondare un'insediamento sulla stessa zona dove sarebbe sorta poi la colonia romana di Turris Libissonis? E perché non costruire una postazione sull'isola dell'Asinara, che ti consentirebbe la creazione di uno scalo importante verso il porto di Olbia, le Baleari o la Corsica, nonché di un punto di controllo dell'andamento delle flotte provenienti dalle zone sopracitate? I casi sono due, o i cartaginesi sono degli idioti oppure... non avevano un dominio diretto di quelle terre. È possibile una cosa del genere? Diciamo di si.

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Sopra: terme di Turris Libisonis. Sotto: sito nuragico di Sant'imbenia. Nelle loro zone di pertinenza non sono state rinvenute tracce di insediamenti punici. 

NOTA BENE! Ciò che sto per dire si basa sull'assenza di insediamenti punici e che quindi può essere smentito nel caso in cui se ne trovasse uno.

Perché la mancanza di un dominio cartaginese sulla Nurra e su Porto Conte? Le ipotesi che ho formulato sono le seguenti:
  1. I cartaginesi non riuscirono a conquistare quella zona; l'ipotesi più affascinante di tutte ma anche la meno probabile perché, per un impero forte dal punto di vista militare come quello cartaginese, non sarebbe stata un grossa impresa conquistare un pezzetto in più di un'isola che era, in massima parte, già sotto il loro dominio.
  2. I sardi nuragici della Nurra riuscirono ad arrivare ad un accordo che li rendeva comunque autonomi ed indipendenti da Cartagine, eventualmente a costo di un tributo, una sorta di protettorato; ipotesi, secondo me, sulla quale ci si potrebbe discutere.
  3. I cartaginesi volerono lasciare libera quella zona in modo da reclutare dei mercenari che potevano adoperare per conto loro.
Quest'ultima, a mio parere, è l'ipotesi più probabile dato che A) i punici avevano un esercito che si basava moltissimo su mercenari provenienti dalle terre di confine di ogni punto del loro impero (iberici, libici, numidi e via discorrendo), pronti a combattere dietro compenso e pronti a ribellarsi quando non arriva il salario; B) i cartaginesi avevano bisogno di truppe per controllare la Sardegna per evitare ribellioni e per difenderla da minacce esterne visto che, durante la prima Guerra Punica, i romani si erano spinti già verso i loro hanno minacciato più volte l'isola e intrapreso una serie di battaglie navali contro i punici; C) dopo tale conflitto, conclusosi con la sconfitta di Cartagine, i cartaginesi non riuscirono a pagare i loro mercenari e questo generò una ribellione dentro ogni terra dell'impero, quella in Sardegna fu particolarmente fetente in quanto, dopo una richiesta d'aiuto da parte dei ribelli, i romani ne entrarono in possesso senza colpo ferire.

È poi altamente probabile, vista l'assenza momentanea di insediamenti, che ci fossero altre terre nell'isola che non entrassero nel dominio punico, verosimilmente le zone montane della Sardegna centro-orientale che, nonostante la presenza di alcune miniere importanti, come quella di Sos Enattos a Lula, vista l'assenza di piane coltivabili ed il fatto che si sarebbero mossi in un territorio difficile e non conosciuto, non dovevano esser ritenute interessanti per i cartaginesi. Ciò non impediva, comunque a quelle zone di avere dei contatti con i punici, come testimoniato dal rinvenimento di oggetti cartaginesi in nuraghi come il Casteddu 'e Joni, nella Barbagia di Seulo.

Cosa dobbiamo dire in definitiva? Che abbiamo una parte di Sardegna non soggetta a dominio diretto da parte di Cartagine ed un'altra che rientrava invece nei suoi domini, e che ambedue proseguivano la propria vita secondo le loro usanze e costumi seppur con alcune influenze puniche, con quest'ultima che, ovviamente, doveva rispondere all'autorità dei nuovi dominatori di quel che succedeva al suo interno.

Per chi volesse approfondire il discorso abbiamo delle letture più tecniche e competenti a rispondere sulla questione

Andrea Roppa, comunità urbane e rurali nella Sardegna punica di età ellenistica.
https://www.academia.edu/3261100/Roppa_A._2013_Comunità_urbane_e_rurali_nella_Sardegna_punica_di_età_ellenistica_Sagvntvm_Extra_14_._València_Universitat_de_València._BOOK_REVIEW_Journal_of_Roman_Archaeology_29_2016_566-71?auto=download

Antonio Sanciu, nuove testimonianze di età fenicia e punica nella costa centro-orientale sarda.
http://ojs.unica.it/index.php/archeoarte/article/view/519/429

Cosa ne pensate? Spero che l'articolo vi sia piaciuto, sono sempre ben accetti commenti ed eventuali delucidazioni sull'argomento, ci si sente ;)

sabato 24 febbraio 2018

I sardi nuragici: uniti o divisi? (ARTICOLO RIVISITATO)


Pocos, locos y malos unidos. Così disse di noi, con un misto di malignità e ragione, Carlo V, re di Spagna e sacro imperatore romano di Germania, durante la sua visita in Sardegna. In effetti la situazione del tempo non faceva molto per smentirlo, basti pensare alle rivalità tra Cagliari e Sassari su quale chiesa fosse la più antica e con più santi martiri in casa; oggi la rivalità vera e propria è coltivata nel mondo calcistico da un pugno di poveri patetici disagiati (basti pensare ai casini che hanno fatto alcuni sconvolts del Cagliari all'interno di Sassari) visto che, a livello generale, nessuno ha voglia più di arrabattarsi e rivaleggiare per delle stupidaggini simili. Tuttavia la divisione tra Sardi permane in molti punti, basti pensare A) alle diatribe tra Stintino e Porto Torres per l'isola dell'Asinara; B) ai sardi che vogliono togliere le basi militari e a quelli che, lavorandoci, le vogliono tenere; C) ai 13541646453454567845 partiti indipendentisti sardi che, invece di fare proposte valide, passano buona parte del tempo ad insultarsi e scatarrarsi in faccia col massimo della cattiveria. E sono alcuni esempi che vi cito.

Il punto è: c'è stato un periodo in cui siamo stati uniti per davvero o siamo sempre stati divisi? Le più antiche divisioni sarebbero da ricercare durante il periodo della dominazione (sul quale conto di farci un articolo) che vedeva contrapposti i sardo-punici delle coste ed i sardi nuragici dell'interno che resistevano a trassa di vietcong contro l'invasore che veniva dall'Africa; tale periodo viene contrapposto spesso alla Sardegna nuragica in cui i sardi erano liberi, i campi erano verdi, le navi arrivavano in orario ed un pieno di benzina ti costava 1000 lire. Erano anche uniti? Vediamo un poco la situazione e gli elementi che ci fornisce.

– Distribuzione dei nuraghi in Sardegna (da <www.tharros.info>). (1) Marghine e altopiano di Abbasanta; (2) Montiferru e Sinis; (3) territorio del nuraghe Nolza ‑ Meana Sardo; (4) Giara di Gesturi; (5) altopiano di Pranu ‛e Muru.  
Distribuzione dei nuraghi in Sardegna.

Argomenti a favore di una Sardegna nuragica unita.

Partiamo dagli elementi più noti: i nuraghi. Stessa varietà di tipologie consistente in protonuraghi, nuraghi monotorre e complessi; stessa identica tecnica di costruzione; stesso impianto che consiste in entrata, camera con volta a tholos, scala elicoidale che porta a camera a tholos superiore oppure al terrazzo, eventualmente connesso con antemurale. Finito? No! Abbiamo le medesime tipologie di edifici sparsi per tutta la nostra isola, basti pensare ai pozzi sacri, alle tombe dei giganti (anche se le tombe a prospetto sono presenti soltanto al nord), ai tempietti a megaron, alle capanne. E la cultura materiale? A livello generale, pur con alcune piccole differenze e variazioni, è identica in tutti gli angoli della Sardegna.

Argomento a favore di una Sardegna nuragica disunita.

La mancanza, allo stato attuale delle cose, TRA I NURAGHI PIÙ GRANDI, di un nuraghe che, tra quelli presenti IN TUTTA LA SARDEGNA, IN MANIERA NETTA E INDISCUTIBILE, non sia superiore agli altri in termini di estensione, badate bene, ESTENSIONE della struttura (ovvero, quanti mq di terreno occupa quella struttura); basti pensare a Su Nuraxi di Barumini (Sud Sardegna), oppure basti pensare al nuraghe Arrubbiu di Orroli (Sud Sardegna) o al Santu Antine di Torralba (SS); si tratta infatti di nuraghi, tolto il numero delle torri, di dimensioni davvero simili; da tenere d'occhio il nuraghe S'Uraki di San Vero Milis (OR) che non è ancora stato tirato fuori ma che è dotato di un antemurale veramente impressionante (però non è stato ancora scavato per cui, nel suo caso, potrei benissimo ricevere una smentita col proseguo degli scavi).


Da in alto a sinistra, in senso orario: il nuraghi Su Nuraxi, Santu Antine, S'Uraki e Arrubbiu. Foto prese dal satellite di google maps, zoom al massimo (1,7 cm = 10 m).

Aldilà però di quei magnifici che vi ho citato, anche prendendo dei gruppi di nuraghi complessi meno conosciuti ma vicini fra di loro, come i nuraghi nella zona tra il comune di Borore (NU) ed Aidomaggiore (OR) non sembrano esserci grandi differenze di dimensione (anche se si tratta di nuraghi non scavati e pertanto potrei essere smentito).

Un altro elemento da tenere in considerazione non è relativo soltanto ai dati archeologici ma al contesto in cui si trovavano in cui si trovano: la Sardegna infatti è un'isola prevalentemente montuosa e collinosa, non esistevano corrieri a cavallo per fare delle comunicazioni e la scrittura non esisteva ancora  (per chi volesse saperne qualcosa di più,
https://illeggiadromondodimartino.blogspot.it/2018/01/la-scrittura-nuragica-una-bella-gatta.html); in un contesto simile erano certamente possibili delle comunicazioni rapide a distanze relativamente brevi tra i vari villaggi e nuraghi (sarei un cretino ad affermare che ciascun abitato o nuraghe vivesse per cazzi suoi) ma è molto difficile pensare che potesse valere anche per lunghe distanze.

Altro elemento importante era la presenza, non di uno, di più santuari nuragici nella la Sardegna. Basti pensare al santuario di Santa Vittoria di Serri (Sud Sardegna), al Santa Cristina di Paulilatino (OR), Genna Maria di Fonni (NU) ed Abini di Teti (NU).

Infine va tenuto conto di quegli unicum in campo artistico ed archeologico che corrispondono all'altare presente nel nuraghe Su Mulinu di Villanovafranca (Sud Sardegna) e agli ormai noti  giganti di Monti Prama, Cabras (OR), presenti soltanto nelle rispettive zone di ritrovamento ed appartenenza.

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Altare nuragico del nuraghe Su Mulinu di Villanovafranca.

Conclusioni.

Analizzando i dati qui raccolti, solo due, a mio avviso, risultano determinanti: le dimensioni dei nuraghi ed il contesto, di cui ho parlato sopra, in cui essi e gli abitati venivano a trovarsi.
Si potrebbero citare anche i villaggi nuragici in cui i più grandi, quello di Su Nuraxi e quello di Serra Orrios (NU), svettano tra tutti per estensione e numero di capanne, però va detto che esistono villaggi che devono ancora essere scavati per esteso e che potrebbero rivelarsi molto più estesi di quanto non lo sembrino ora.
Quindi, a mio avviso, la Sardegna nuragica non era unita.

Perché? perché in uno stato unitario, come poteva essere un Regno di Persia, Regno d'Egitto (epoca ellenistica) ed un Impero Romano, una caratteristica principale è l'avere una capitale che sia la città più importante e grande di tutto il regno/impero, cosa che non sembra essere verificabile in Sardegna nel periodo nuragico per quel che concerne i nuraghi complessi.
Uno a questo punto potrebbe obbiettare puntando sull'omogeneità, a livello generale, culturale ed architettonica; il punto è che pure nella Grecia classica e nelle colonie della Magna Grecia era così, tanto che gli stessi greci erano orgogliosi della loro identità fino a livelli decisamente razzisti, ma a livello politico erano completamente divisi (se provavate a mettere vicini un cittadino ateniese ed uno spartano era già qualcosa se si limitavano a sputarsi in faccia a vicenda) e tali divisioni spesso, come la storia ci insegna, sfociavano in guerra.

Tuttavia, BADATE BENE, questo non significa necessariamente che si odiassero di villaggio in villaggio o di gruppi in gruppi, ma che fosse possibile che i tanti villaggi si riunissero in delle entità politiche determinate le quali potevano essere indipendenti tra loro ma comunque in ottimi rapporti. Ma queste che ho scritto al merito sono soltanto mie ipotesi.

E voi che ne pensate? Se avete altri dati da riportarmi, non fatevi problemi, commentate.
Spero che l'articolo vi sia piaciuto, ci si vede ;)

sabato 17 febbraio 2018

I fenici in Sardegna: colonizzatori o no?


Ed eccoci qui con una delle questioni più discusse dell'archeologia: la presenza dei fenici in Sardegna. Un argomento che si è sempre evoluto con l'acquisizione di nuovi dati che chiarivano sempre più il ruolo di queste popolazioni provenienti dal Libano e che hanno svolto una parte importante durante gli ultimi periodi dell'epoca nuragica. Se in passato si vedevano i nostri cari levantini come dei colonizzatori nel senso lato del termine, oggi il loro ruolo appare diverso rispetto a quanto era ipotizzato prima, ovvero delle popolazioni prettamente mercantili il cui obbiettivo era quello di ottenere delle risorse per la madrepatria.
Quindi questo vuol dire che alla fine non erano dei colonizzatori? NI. Nel senso: Alla fine, anche se senza uso della forza, si insediano comunque nei nostri territori.

Partiamo dal principio: i fenici vivevano in città presenti nella costa libanese, le più importanti di queste sono Biblio, Sidone e Tiro; quest'ultima è quella che da maggior impulso alla colonizzazione, il dio cittadino Melqart è infatti venerato pure negli insediamenti fenici presenti a sud della penisola iberica; sebbene tutto il mondo conosciuto li chiami fenici, loro vogliono farsi chiamare con i nomi delle città a cui appartengono (tiri, sidoni e bibli).

Il punto di forza di queste popolazioni è il fatto di trovarsi in una posizione parecchio fortunata in quanto hanno a disposizione, ad ovest, le coste e i golfi in cui far partire i loro commerci ed hanno alle spalle, ad est, le foreste di cedri, alberi che forniscono un legno estremamente pregiato e richiesto sia come materiale di lusso che come materiale di costruzione di navi (infatti il suo profumo tiene lontani i parassiti del legno). Queste due cose, unite al fatto che sono ottimi navigatori, consentono loro di ritagliarsi una fetta molto importante nei commerci del Mar Mediterraneo.

E siccome il denaro chiama denaro, durante l'età del Ferro estendono il loro commerci fino alla penisola iberica in quanto fonderanno una colonia proprio nel sud della Spagna, Gadir (attuale Cadice). Ovviamente, visto che scemi non sono, non avendo crociere come quelle della MSC e non potendo fare la tratta diretta Tiro-Gadir senza toccare terra, avevano bisogno di scali fissi in cui poter approdare per sostare, fare rifornimento e, già che c'erano, di mercanteggiare ulteriormente (uno di questi diventerà Cartagine, situata nell'odierna Tunisia). E la Sardegna è un ottimo scalo vista la sua posizione che porta alle Baleari, che a loro volta portavano alla Spagna.

Purtroppo per loro, i fenici dovranno fare i conti con un vicino parecchio potente e pericoloso: l'Impero Assiro. Quest'ultimo è la potenza più grande di tutto il vicino oriente, un impero vastissimo che si parte dall'odierno Iraq e si estende fino a toccare la costa siro-palestinese, le sponde del Mar Rosso, piccola parte dell'attuale Iran e le pendici a sud del Caucaso.

Impero Assiro fino alla sua massima espansione.

Agli assiri, al pari della Germania nazista, basta solo un pretesto per iniziare un guerra di conquista in cui tutti quelli che si trovano sul loro cammino vengono sconfitti ed umiliati, con conseguenze spesso disastrose per le loro città (saccheggi, distruzioni e via dicendo).
Le città fenicie, coi loro commerci fiorenti e le loro ricchezze non possono non fare gola a Ninive (capitale dell'impero). Tuttavia, invece che attaccarli direttamente, esigono ed impongono un tributo affinché le città fenicie possano continuare le loro attività, a patto che, proprio a suon di tributi, riconoscano la loro egemonia; i fenici, vista la disparità di forze, accettano in un primo momento, salvo poi ribellarsi per due volte, formando una coalizione anti-assira, prima contro il re Salmanassar IV e successivamente contro Sennacherib; entrambe le rivolte si concludono con una sconfitta, l'ultima in particolare è la più brutta in quanto Sennacherib decide di distruggere Sidone come ammonimento. Tiro, dicasi culo, riesce comunque a salvarsi ma deve comunque sottostare ai tributi assiri.

Potevano dunque i fenici, con tutte queste rogne, con i tributi da pagare a trassa di cartella esattoriale di Equitalia e con un esercito cittadino da gestire nei loro territori durante le rivolte contro gli Assiri, poter imporre con la forza le loro colonie utilizzando truppe armate in tutto il Mediterraneo occidentale? Direi proprio di no, soprattutto se giochi in casa d'altri dove devi avere a che fare con popolazioni ben armate e pronte a difendere la loro terra col sangue.

I casi sono due: o continuavano ad inviare aiuti e tributi alla città madre, Tiro, oppure cercavano di rendersi più autonome fino a giungere l'indipendenza, come fece a suo tempo Cartagine dopo la conquista della stessa Tiro da parte del Neo Impero Babilonese, sotto re Nabucodonosor II. È quindi possibile che le colonie fenicie in Sardegna (Tharros, Sulky, Bithia, Othoca e altre ancora) fossero divenute anche loro indipendenti una volta decaduta la madrepatria. Va da se che comunque sono già state trovate delle tombe fenicie con punte di lancia in ferro in mezzo al corredo, pertanto è comunque attestata la presenza di fanti armati che tuttavia dovevano avere funzione esclusivamente di difesa della colonia. 

Tomba a cista fenicia di Bithia con urna cineraria e corredo fatto da piatto, unguentario, vaso a collo, brocchetta in ceramica e lame in ferro; Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.

Veniamo al dunque, che è successo in Sardegna? Succede che i coloni ottennero dai nativi pezzi di terra in cui stabilire i loro insediamenti. Questa cosa conveniva ad entrambi in quanto A) i levantini potevano inviare le loro ricchezze alla madrepatria e fare affari con gli indigeni, B) i sardi nuragici potevano godere dei commerci di svariati beni, comuni e di lusso, con un partner ben fornito senza dover andare a casino tra oriente e occidente del Mediterraneo. In particolare a notata la presenza di manufatti fenici in siti nuragici, come il torciere di bronzo rinvenuto nel nuraghe S'Uraki, San Vero Milis (OR), e viceversa, come il pugnale nuragico in bronzo rinvenuto a Bithia, Domus de Maria (Sud Sardegna) Questi dati attestano dei rapporti generalmente pacifici e anche di convivenza che, probabilmente, portarono alla formazione di comunità miste; un esempio di queste ultime è la presenza collettiva di nuragici e fenici documentati presso il nuraghe Sirai, Carbonia (Sud Sardegna), ed il nuraghe Tratalias nel comune omonimo (Sud Sardegna).

Torciere fenicio in bronzo rinvenuto a S'Uraki, San Vero Milis (OR) e pugnale in bronzo rinvenuto a Bithia, Domus de Maria (Sud Sardegna).

Va comunque detto che sono registrate tracce di distruzione in alcuni insediamenti, uno di questi è il sito nuragico di Su Cungiau 'e Funtà, Nuraxinieddu (OR), dove vi sono tracce di incendio risalenti al secolo VIII a.C.; dopo tale incendio, l'insediamento non sarà più abitato fino all'età punica; non è comunque certo se l'incendio sia frutto di un incidente o se sia nato dalla mano dell'uomo; in tal caso per trovare un colpevole, tra altre comunità nuragiche e fenicie, servirebbero nuovi dati. O la macchina del tempo.

In definitiva, possiamo dire, visto che l'obiettivo era quello di creare dei mercati e punti di scalo per le rotte commerciali del Mediterraneo occidentale, che le modalità di insediamento sono ben diverse dalle modalità di colonizzazione nel senso lato del termine che applicheranno i Cartaginesi a fine VI secolo a.C., in quanto sembrano più impostate verso la collaborazione e l'integrazione tra i due popoli fino a creare, come spiegato prima, delle comunità miste.

Per chi volesse approfondire il discorso, eccovi un articolo (già linkato in un precedente post sul blog), molto più dettagliato di quanto scritto sopra, di Laura Napoli ed Elisa Bompianu riguardo ai rapporti tra nuragici e fenici
http://www.bollettinodiarcheologiaonline.beniculturali.it/documenti/generale/2_NAPOLI_POMPIANU.pdf .

E questo è un articolo che parla della comunità nuragico-fenicia presente nel nuraghe Sirai
https://www.academia.edu/31629324/L_età_del_Ferro_del_Nuraghe_Sirai_Layers_1_2016_

E voi cosa ne pensate? Spero vi sia piaciuto quanto scritto; se vi va, lasciate un commento. Al prossimo articolo ;) .